Conseguenze del mancato deposito dell’attestazione di conformità nel termine di cui all’art. 543, comma 4, ultimo alinea, c.p.c.

A margine di Trib. Treviso 27-10-2022

Con la pronuncia in rassegna, il Tribunale di Treviso enuncia due principi di diritto: a) l’art. 543, comma 4, c.p.c. ricollega l’inefficacia del pignoramento al deposito tardivo degli atti conformi e non della attestazione di conformità; b) quest’ultima assolve ad una funzione latamente probatoria o lato sensu di garanzia circa l’effettiva conformità degli atti che non viene in rilievo laddove sia pacifico che le copie depositate siano corrispondenti agli originali.

Per la migliore comprensione dei suesposti principi, è utile ricordare: 1) che una volta eseguita l’ultima notificazione l’Ufficiale giudiziario consegna al creditore procedente “senza ritardo” l’originale dell’atto di citazione (forma con la quale è confezionato, nell’espropriazione forzata di crediti, il primo atto dell’esecuzione); 2) che il creditore procedente, entro i trenta giorni successivi, deve depositare (telematicamente[1]): i) la nota di iscrizione a ruolo; ii) le copie conformi dell’atto di pignoramento, del titolo esecutivo e del precetto; 3) che il pignoramento perde efficacia “quando la nota di iscrizione a ruolo e le copie degli atti di cui al secondo comma sono depositate oltre il termine di trenta giorni dalla consegna al creditore”.

La disposizione in argomento (che sotto questo profilo è similare a quella contenuta nell’art. 557, comma 3, c.p.c., relativamente all’esecuzione per espropriazione di immobili) è stata oggetto, per quel che qui interessa, di una novella che si inscrive in un processo di riforma, più complessivo, afferente a tutte le esecuzioni di tipo espropriativo, e segnatamente alla fase iniziale del processo esecutivo, laddove si è inteso alleggerire il carico di lavoro delle Cancellerie, in precedenza gravate dall’incombenza della formazione del fascicolo dell’esecuzione, da un lato, sfruttando le potenzialità dello strumento informatico e, dall’altro lato, facendo leva sull’interesse (se effettivamente sussistente) del creditore a dare impulso al processo medesimo.

Come si evince dalla lettura della Relazione al d.d.l. di conversione del d.l. n. 132 del 2014[2], “la formazione dei fascicoli esecutivi, sia mobiliari che immobiliari, costituisce da sempre il primo rilevante ‘collo di bottiglia’ nell’attività dei tribunali. Le cancellerie a ciò deputate devono infatti far fronte ad un numero rilevantissimo di esecuzioni provvedendo autonomamente alla iscrizione a ruolo della procedura […]”, laddove “il personale di cancelleria adibito alle esecuzioni individuali è, però, minore di quello destinato alle sezioni civili”; peraltro, “avviene di frequente […] che, per i motivi più disparati (pagamento satisfattivo o accordo per la rateizzazione, intervenuto successivamente al pignoramento), il creditore decida di non dare corso all’esecuzione, non depositando l’istanza di vendita, con conseguente estinzione del processo esecutivo”.

In altre parole, poteva accadere (e spesso accadeva) che alla formazione del fascicolo dell’esecuzione non facesse seguito, in concreto, alcuna attività esecutiva.

La soluzione a questo non trascurabile problema pratico è stata fornita, come anticipato: 1) estendendo al processo esecutivo l’istituto della nota di iscrizione a ruolo (art. 159-bis d.a. c.p.c.), da trasmettere telematicamente ai sensi dell’art. 16-bis, d.l. n. 179 del 2012 (che prevede, a decorrere dal 30.6.2014, l’obbligo del deposito telematico per tutti gli atti endoprocessuali, e quindi anche per la nota di iscrizione a ruolo); b) assegnando, come già detto, al creditore procedente un termine (diverso a seconda della tipologia di bene pignorato) per dare impulso all’iscrizione a ruolo del processo esecutivo a pena di inefficacia dell’atto di pignoramento.

***

Con riferimento alla disposizione di cui all’art. 543, comma 4, c.p.c. si è posta in giurisprudenza la questione se la conseguenza della inefficacia abbia luogo non solo in caso di mancato deposito ma anche in caso di deposito incompleto o irregolare.

Le pronunce edite in materia, tutte emesse a ridosso della novella della norma, sono in particolare relative al se l’omesso o tardivo deposito dell’attestazione di conformità all’originale - che deve accompagnare le copie del titolo, del precetto e del pignoramento depositate unitamente alla nota di iscrizione a ruolo – implichi la produzione dell’inefficacia di cui si tratta.

Secondo un primo filone interpretativo, se manca una contestazione del debitore circa il contenuto genuino di tali atti, “l'omissione dell'attestazione di conformità prescritta dal Codice di procedura civile per il deposito telematico di tali atti in cancelleria non determina l'inefficacia del pignoramento”[3].

Questo filone, cui si ricollega la pronuncia in commento, è compiutamente espresso, quanto alle relative ragioni giustificatrici, da Trib. Caltanissetta 1.6.2016.

In tale pronuncia, il Collegio[4] rileva, a titolo di premessa, “che il procedimento esecutivo viene incardinato in virtù di un titolo che ha accertato la pretesa creditoria e la conseguente inefficacia del pignoramento può essere pronunciata solo nei casi tassativamente indicati dalla legge”.

Ciò detto, si osserva che “la declaratoria di inefficacia del pignoramento a fronte di un accertamento di un vizio meramente formale dell'atto depositato al momento dell'iscrizione al ruolo appare conseguenza eccessivamente rigorosa nelle ipotesi in cui non vi sia una effettiva contestazione della conformità agli originali da parte del debitore”.

Tra l’altro, secondo il Tribunale siciliano, “tale considerazione trova altresì supporto nella disposizione di cui all'art. 22 co. 3 del Codice dell'Amministrazione Digitale, la quale […] prevede che ‘Le copie per immagine su supporto informatico di documenti originali formati in origine su supporto analogico nel rispetto delle regole tecniche di cui all'articolo 71 hanno la stessa efficacia probatoria degli originali da cui sono tratte se la loro conformità all'originale non è espressamente disconosciuta’. Alla luce delle dette considerazioni appare contrario ai principi di economia processuale e di realizzazione degli interessi sostanziali sottesi al processo dichiarare l'inefficacia di un pignoramento, con la conseguente estinzione della procedura esecutiva, in considerazione della carenza di una formalità che non pregiudica alcun interesse del debitore, atteso che, si ribadisce, alcuna contestazione è stata avanzata in ordine alla effettiva conformità agli originali degli atti depositati al momento della iscrizione al ruolo della procedura e tenuto conto altresì del fatto che gli atti di cui al secondo periodo dell'art. 543 co. 4 c.p.c. sono poi stati depositati in giudizio dal creditore”.

Di qui la conclusione che “la corretta interpretazione della norma di cui all'art. 543 co. 4 ultimo periodo […] sia nel senso che la detta inefficacia possa essere dichiarata laddove sia accertata la mancata tempestiva iscrizione al ruolo ed il contestuale deposito dell'atto di pignoramento, del titolo e del precetto, senza che alcuna conseguenza possa derivare dalla mera assenza della attestazione di conformità dei detti atti agli originali. Tale omissione dà luogo ad una mera irregolarità, che, in ogni caso, può essere sanata dal successivo deposito degli atti in originale, soprattutto in assenza di formale contestazione sulla effettiva conformità da parte del debitore”.

Per altro orientamento[5] - che sembra invero prevalente e che qui sommessamente si condivide - deve giungersi ad opposte conclusioni.

Anzitutto, l’ultimo alinea dell’art. 543, comma 4, c.p.c. fa testuale riferimento alle “copie degli atti di cui al secondo periodo” e non v’è motivo di ritenere che, tra questi, rientri anche l’attestazione di conformità.

Inoltre, non sono centrati gli argomenti, sopra analizzati, che porterebbero alla soluzione contraria.

In questo senso è rilevante una pronuncia del Tribunale di Milano (29.6.2016, n. 9446), resa in relazione all’art. 557, comma 3, c.p.c., ma i cui principi sono estensibili alla fattispecie qui in questione.

Quanto all’argomento testuale si evidenzia che l’art. 16-bis, comma 2, d.l. n. 179 del 2012, nel testo modificato a seguito del d.l. n. 132 del 2014[6], stabilisce che “le copie conformi degli atti indicati dagli articoli 518, sesto comma, 543, quarto comma e 557, secondo comma, del Codice di procedura civile” sono depositati con modalità telematiche.

Consegue da quanto sopra che laddove la norma fa riferimento alle “copie”, si tratta – evidentemente – delle copie conformi formate nel rispetto della normativa, legislativa e regolamentare, conferente.

In altre parole, dato che il deposito degli atti in questione avviene di necessità in via telematica, il deposito della copia del titolo, del precetto e del pignoramento non può che essere accompagnato dalla attestazione di conformità da parte dell’avvocato.

Infatti, la normativa sull’atto processuale telematico ha carattere speciale (l’atto del processo civile telematico costituendo una species del genus “documento informatico”) rispetto a quella generale contenuta negli artt. 4, comma 2, del D.P.C.M. 13.11.2014, secondo cui “fermo restando quanto previsto dall’art. 22, comma 3, del Codice, la copia per immagine di uno o più documenti analogici può essere sottoscritta con firma digitale o firma elettronica qualificata da chi effettua la copia” e 22, comma 3, CAD secondo cui “le copie per immagine su supporto informatico di documenti originali formati in origine su supporto analogico nel rispetto delle regole tecniche di cui all’articolo 71 hanno la stessa efficacia probatoria degli originali da cui sono tratte se la loro conformità all’originale non è espressamente disconosciuta”.

Alla luce dell’anzidetto gli argomenti sistematici e teleologici su cui si fonda l’orientamento cui, da ultimo, aderisce la pronuncia in commento perdono di spessore.

Sempre riprendendo la perspicua pronuncia del Tribunale di Milano sopra richiamata, deve osservarsi che, siccome il legislatore del 2014 ha riformato la disciplina conferente nell’ottica di perseguire un obiettivo di razionalizzazione dei tempi del processo esecutivo e del lavoro delle Cancellerie (onerando il creditore del compimento di una attività compiuta in precedenza dall’Ufficio), “la questione della conformità del titolo all’originale è strettamente connessa al possesso del titolo esecutivo quale presupposto processuale dell’azione esecutiva”; in questa prospettiva, “l’attestazione di conformità non costituisce una mera formalità in quanto il difensore del creditore, per poter attestare che la copia è conforme all’originale, deve avere avanti a sé l’originale da collazionare con la copia”, ovvero deve avere il possesso del titolo: in mancanza di attestazione di conformità, quindi, il G.E. non è messo in condizione di conoscere – con il grado di certezza che la legge esige – se il creditore sia legittimato o meno all’esercizio dell’azione esecutiva.

Tra l’altro, mentre tale questione doveva in precedenza essere eccepita dal debitore attraverso l’opposizione agli atti esecutivi, oggi – in virtù della modifica dell’art. 630, comma 2, c.p.c., che riconosce il potere officioso del G.E. di rilevare fatti estintivi del processo esecutivo – il G.E. può provvedere alla declaratoria di inefficacia – prevista dalla legge – e ad estinguere il processo esecutivo con provvedimento reclamabile ex art. 630 c.p.c. (trattandosi di causa di estinzione “tipica”).

Infine, non è conferente (sotto questo specifico profilo) la tesi del raggiungimento dello scopo, atteso che la stessa attiene alle nullità processuali e non alle fattispecie di inefficacia per omesso tempestivo deposito di atti di cui sia onerato il procedente.

Secondo il Tribunale di Milano, “così come non ha senso chiedersi se abbia raggiunto il suo scopo l’istanza di vendita scaduti i termini di cui all’art. 497 c.p.c., ugualmente non ha senso chiedersi se abbia raggiunto il suo scopo il deposito tardivo delle copie conformi degli atti di cui all’art. 557 c.p.c.”.

In senso contrario, si potrebbe ancora osservare (e si è osservato) che nella specie non si configura alcun pregiudizio sostanziale per il debitore esecutato.

Tale principio, che, come è noto, è stato formulato dalla giurisprudenza con segnato riguardo all’opposizione agli atti esecutivi[7],  non può essere invocato nel caso in questione, dove più che della nullità di un atto esecutivo si discorre di una “sanzione” che il legislatore commina ad una inattività del creditore.

In definitiva: a)  la normativa sull’atto processuale telematico va letta nel senso che la copia dell’atto debba essere (necessariamente) accompagnata dall’attestazione di conformità, onde, tenendo conto anche della formulazione letterale dell’ultimo alinea della norma in questione, sembra difficile sostenere che il mancato deposito di tale attestazione sia privo di conseguenze; b) non viene in rilievo una nullità ma una ipotesi di inefficacia del pignoramento per inattività del creditore (il che influisce, evidentemente, anche sulla individuazione del rimedio esperibile) e quindi la questione se l’atto sia effettivamente conforme all’originale (come avvenuto nel caso deciso dal Tribunale trevigiano) resta sullo sfondo per essere prevalente la considerazione che il procedente non ha compiuto un’attività doverosa nel termine a tal uopo assegnato.     

 

 

[1] La precisazione come si comprenderà è assai rilevante.

[2] Atti parlamentari, Sen. XVII legislatura, doc. n. 1612.

[3] Trib. Bologna, 22.10.2015/o.; Trib. Caltanissetta, 1.6.2016/o.; Trib. Bari, 4.5.2016/o.

[4] Il Collegio, che era chiamato a decidere del reclamo proposto avverso l’ordinanza di sospensione adottata dal G.E. ai sensi del combinato disposto degli artt. 615, comma 2, e 624 c.p.c., parte dal condivisibile rilievo che la contestazione della mancata attestazione di conformità è profilo che il debitore può sollevare tramite lo strumento dell’opposizione agli atti esecutivi e non dell’opposizione all’esecuzione.

[5] Trib. Pesaro, 10.6.2015/o.; Trib. Milano, 29.6.2016, n. 9446, richiamata infra nel testo e conf. da App. Milano, 13.1.2017, n. 146; Trib. Napoli Nord, 15.1.2017/o.; Trib. Marsala 19. 5.2017; Trib. Palermo 30. 8.2017; Trib. Trapani 7.11.2017; Trib. Palermo 1. 9.2017; Trib. Termini Imerese, 1.12.2017.

[6] Si evidenzia che la disposizione richiamata è stata abrogata dall’art. 11, comma 1, d.lgs. n. 149 del 2022, con effetto a decorrere dal 30 giugno 2023, come stabilito dall’art. 35, comma 1, del medesimo testo normativo.

[7] Tra le tante v. Cass. 30.6.2014, n. 14774; Cass. 13.5.2014, n. 10327. Più di recente la tesi per cui il ricorrente debba allegare un pregiudizio sostanziale è seguita da Cass. 12.2.2019, n. 3967. In termini contrari, e cioè nel senso che la violazione formali rilevano di per sé, v. Cass. 9.11.2021, n. 32838.

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