Giurisprudenza
di Merito
  • Inadempimento della transazione conservativa ed effetti sulla procedura esecutiva

    Tribunale, di Salerno, 25 marzo 2024 - est. Francesca Sicilia

    "Nell'ipotesi in cui un rapporto venga fatto oggetto di una transazione e questa non abbia carattere novativo, dalla mancata estinzione del rapporto originario discendente dal carattere conservativo della transazione deriva non già che la posizione delle parti sia regolata contemporaneamente dall'accordo originario e da quello transattivo, bensì soltanto che l'eventuale venir meno di quest'ultimo fa rivivere l'accordo originario, al contrario di quanto invece accade qualora le parti espressamente od oggettivamente abbiano stipulato un accordo transattivo novativo, cioè implicante il venir meno in via definitiva dell'accordo originario, nel qual caso l'art. 1976 c.c. sancisce con evidente coerenza rispetto allo scopo perseguito dalle parti, l'irresolubilità della transazione.  Laddove l'accordo concluso tra le parti del processo esecutivo debba qualificarsi come transazione conservativa  non  si verifica l’estinzione dei titoli esecutivi posti alla base della procedura esecutiva con conseguente infondatezza dell’istanza cautelare di sospensione dell’esecuzione fondata sull'inadempimento della transazione novativa". (Nella specie il G.E.  ha rigettato l'istanza di sospensione della procedura esecutiva ex art 615 c.p.c..avanzata sul presupposto della estinzione dei titoli esecutivi su cui si fonda l’esecuzione, per effetto dell’accordo novativo concluso tra le parti, che invece è stato qualificato dal G.E. quale transazione conservativa,  come tale, non implicante l’estinzione dei titoli esecutivi posti alla base della presente procedura esecutiva (il cui contenuto è stato meramente modificato soltanto in ordine alla quantità e modalità di pagamento) non emergendo, dal dato letterale dell’accordo in questione, la volontà esplicita delle parti di mutare l’obbligazione in essere né di voler estinguere il precedente rapporto di obbligazione, in virtù della nascita di un nuovo rapporto obbligatorio differente nel titolo o nell’oggetto rispetto all’originario).

  • Causa cavendi e causa solvendi del pagamento da parte dell'assicurazione dell'indennità per l'incendio del bene ipotecato

    Tribunale, di Foggia, 2 aprile 2024 - est. Michele Palagano

    In caso di contratto di mutuo ipotecario cui sia collegata l’assicurazione per il rischio incendi degli immobili ipotecati finalizzata a indennizzare l’eventuale perdita di valore della garanzia reale, la riscossione del pagamento da parte dell’istituto mutuante, in seguito al verificarsi del rischio, comporterà anche la riduzione della complessiva esposizione debitoria del mutuatario, in quanto diversamente opinando quel pagamento non avrebbe un’idonea giustificazione causale ai sensi dell’art. 2033 c.c., portando a un’indebita locupletazione nel caso in cui poi il bene venga venduto all’asta. Ciò a meno che la meritevolezza dello schema contrattuale non preveda, in caso di riscossione dell’indennità, la corrispettiva riduzione ipotecaria.

  • L’offerta depositata dal presentatore diverso dall’offerente senza allegazione della documentazione comprovante la sua titolarità non può essere ammessa nella vendita telematica

    Tribunale, di Salerno, 14 marzo 2024 - est. Enza Faracchio

    Evidenziato che le previsioni codicistiche con riferimento alla vendita “classica”, nel senso di non telematica, indicano come “offerente” colui che formula l’offerta e come “presentatore” colui che eventualmente provvede materialmente al deposito della stessa, abilitando solo l’offerente o il difensore dello stesso a partecipare alla vendita senza incanto, può affermarsi che nell’ambito della vendita telematica ai fini della regolarità dell’offerta la necessità di depositare una procura speciale o almeno una delega con autocertificazione, pur in assenza di specifica previsione normativa, sia sottesa sia alle disposizioni del codice di rito sulla vendita – i cui principi vanno comunque applicati in via analogia – sia alle previsioni in tema di rappresentanza in generale ex art. 1386 e ss., dovendosi ritenere presupposta alle specifiche tecniche e comunque evocata dal Manuale Utente relativi alla vendita telematica, dai quali emerge l’obbligo del “presentatore” (inteso come colui che compila ed eventualmente firma l’offerta telematica) di indicare il titolo in base al quale si presenta l’offerta per conto dell’offerente e di allegare i documenti comprovanti la titolarità di cui dichiara di essere investito.

  • Titolo a formazione progressiva: inefficacia del pignoramento se l'atto di quietanza non è tempestivamente depositato

    Tribunale, di Verona, 6 marzo 2024 - est. Burti

    Anche il deposito dell’atto di erogazione e quietanza del mutuo deve avvenire, a pena d’inefficacia dell’atto di pignoramento, entro il termine perentorio di cui all’art. 557, comma 2°, cod. proc. civ., trattandosi di un documento che è inscindibilmente collegato con il contratto di mutuo al fine della verifica dell’effettiva esistenza del titolo esecutivo (nella fattispecie in esame il G.E. ha dichiarato, ai sensi del combinato disposto degli artt. 557, comma 2°, cod. proc. civ. e 630, comma 2°, cod. proc. civ., l’inefficacia dell’atto di pignoramento perché, con la nota di iscrizione a ruolo, il creditore procedente aveva depositato un contratto di mutuo redatto nelle forme dell’atto pubblico privo, però, della quietanza di pagamento; il separato atto di quietanza era stato, invece, prodotto soltanto dopo lo spirare del termine perentorio di quindici giorni dalla restituzione dell’atto di pignoramento al difensore del creditore).

  • Il credito erariale rateizzato del concessionario intervenuto non va incluso nella somma da sostituire al pignorato

    Tribunale, di Verona, 12 febbraio 2024 - est. Burti

    La rateizzazione ex art. 19 DPR 602/73 del debito erariale iscritto a ruolo ed il pagamento della prima rata, rendendo temporaneamente inesigibile il credito del concessionario che abbia spiegato intervento nella procedura esecutiva, ne impediscono l'inclusione ai fini della determinazione della somma oggetto della conversione; diversamente opinando, si metterebbero a rischio, sia gli effetti della conversione del pignoramento, sia gli effetti della rateizzazione ex art. 19 d.p.r. 602/1973 perché il debitore si troverebbe astretto tra la seguente alternativa: - adempiere contemporaneamente ad entrambi i piani di pagamento rateali rischiando, però, di decadere dall’uno e dall’altro a cagione del sacrificio oggettivamente sproporzionato che gli viene richiesto (versare in un arco temporale in tutto od in parte coevo due volte la stessa somma di denaro); - scegliere selettivamente quale piano rateale rispettare (ragionevolmente opterà per la conversione del pignoramento) perdendo i benefici dell’accesso alla dilazione di pagamento di cui all’art. 19 d.p.r. 602/1973.   Non si giustifica l’attribuzione al concessionario di una garanzia ulteriore sul proprio credito che gli permetta, in caso di decadenza dal piano di rateizzazione, di soddisfarsi prontamente sulle somme versate dal debitore in sede di conversione del pignoramento ed accantonate, stante il parallelo divieto (legislativamente imposto) per il medesimo creditore erariale di eseguire nuovi fermi amministrativi e nuove ipoteche dopo il deposito della richiesta di rateizzazione (cfr. art. 19, comma 1quater, d.p.r. 602/1973).   La posizione del concessionario intervenuto, in caso di accesso del debitore alla rateizzazione è del tutto diversa da quella degli altri creditori intervenuti non titolati e disconosciuti ( per i quali la legge prevede la partecipazione alla conversione nella forma dell'accantonamento), trovandosi l'ADER al cospetto di un debitore che, non solo riconosce l’esistenza e l’ammontare della sua obbligazione, ma che sta anche pagando spontaneamente il proprio debito accedendo ad un istituto giuridico che gli assicura una rimessione in termini per adempiere.

  • Il termine per il creditore previsto dall'art. 543 co. V c.p.c. non è differito in caso di differimento d'ufficio dell'udienza

    Tribunale, di Foggia, 15 gennaio 2024 - Est. Palagano Pres. Rignanese

    Nel caso di differimento d’ufficio dell’udienza di comparizione indicata dal creditore nell’atto di pignoramento presso terzi, non deve ritenersi differito anche il termine preclusivo rimesso alla parte dall’art. 543 co. V c.p.c. per il deposito della prova della notifica al debitore e al terzo dell’avviso di avvenuta iscrizione a ruolo. Il valore semantico del riferimento alla “data indicata”, così come la rimessione della scelta di tale termine alla disponibilità del creditore, il quale è anche la parte tenuta al compimento degli atti a pena di inefficacia del pignoramento, non consentono di ritenere irragionevole tale soluzione.  Le ipotesi, quale quella dell’art. 171 bis co. III c.p.c., non sono sufficienti, infatti, per ritenere immanente, nell’ordinamento, un principio di necessario differimento dei termini rimessi alla parte per il compimento di atti processuali, allorquando sia il giudice d’ufficio a differire il termine.

  • Nella liquidazione controllata il debitore e la sua famiglia hanno diritto a abita-re l’immobile che costituisce la casa principale sino al momento della vendita

    Tribunale, di Ferrara, 7 dicembre 2023 - est. Giusberti

    Il potere del Tribunale, con la sentenza con cui dichiara aperta la liquidazione controllata, di ordinare, ai sensi dell’art. 270, comma 2, lett. e), c.c.i., la consegna ed il rilascio dei beni facenti parte del patrimonio di liquidazione salvo che non ritenga, ma solo in presenza di gravi e specifiche ragioni, di autorizzare il debitore o il terzo ad utilizzare taluno di essi, non vale per l’immobile che costituisce l’abitazione principale del debitore e della sua famiglia. Questo bene, infatti, in forza del rinvio dell’art. 275, comma 2, c.c.i. alle disposizioni sulle vendite nella liquidazione giudiziale e, dunque, anche all’art. 147, comma 2, c.c.i. non può ipso iure , essere distratto dall’uso cui è destinato fino al momento della sua liquidazione e, quindi, sfugge al perimetro applicativo dell’art. 270, comma 2, lett. e) c.c.i. venendo assoggettato alla regola generale di cui all’art. 560, ultimo comma, c.p.c. valevole sia per le procedure esecutive individuali che per le procedure concorsuali (nella fattispecie in esame il Tribunale estense ha revocato il provvedimento del giudice delegato della liquidazione controllata che aveva rigettato l’istanza del debitore che, successivamente all’apertura della liquidazione controllata, avevo chiesto di essere autorizzato ad abitare nell’immobile che costituisce la sua abitazione familiare, affermando che, in forza della diretta applicabilità della regola di cui all’art. 147, comma 2, c.c.i., il giudice delegato avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere sull’istanza).

  • Il termine per l'attuazione dell'ordine di liberazione non è prorogabile

    Tribunale, di Verona, 13 dicembre 2023 - est. Burti

    Il termine di 120 giorni per il rilascio dell’immobile (di cui all'art. 560 c.p.c. nella formulazione introdotta dall'art. 18 quater co. 1 d.l. 30.12.2019 n. 162, conv. in l. 8/2020), comprimendo il diritto di godimento del proprietario dell’immobile (tale è, infatti, chi ha acquistato il bene in sede esecutiva) e quello del creditore procedente ad una celere definizione della fase distributiva dell’esecuzione forzata, va inteso come perentorio per la parte esecutata, conseguendone la relativa improrogabilità. Anche a voler considerare il termine prorogabile, la condotta tenuta dalla parte esecutata che prospetta inusitati e pericolosi gesti di ribellismo all’autorità pubblica pur di permanere nella detenzione sino a tempi imprecisati di un immobile che non è più di sua proprietà, non giustifica alcuna protrazione nell’occupazione dell’immobile, rivelandosi l’attuazione del provvedimento di liberazione quale unica forma di tutela possibile del diritto dell’aggiudicatario di conseguire la consegna del bene nelle stesse condizioni in cui si trovava al momento dell’aggiudicazione.

  • L'apertura della liquidazione controllata e i poteri del giudice dell'esecuzione

    Tribunale, di Verona, 13 dicembre 2023 - est. Burti

    Va dichiarata, anche ex officio, l'improcedibilità dell'azione esecutiva allorché, a vendita già avvenuta, intervenga sentenza di apertura della liquidazione controllata, derivandone la consegna del ricavato lordo al liquidatore, unico soggetto legittimato alla graduazione dei crediti ed al riparto delle somme tra i creditori ammessi al passivo in forza dell’apertura della liquidazione concorsuale in virtù della regola del concorso formale e sostanziale. I compensi del custode giudiziario e del delegato alle vendite devono essere liquidati dal G.E. a carico del creditore procedente ex art. 8 t.u.s.g. che potrà recuperarli, con il privilegio di cui all’art. 2770 c.c. (in quanto potenzialmente utili a tutti i creditori) in sede concorsuale dove avviene il riparto. La dichiarazione di improcedibilità non osta alla prosecuzione delle attività di liberazione del cespite già intraprese dal custode, trattandosi di un provvedimento autoesecutivo del giudice dell’esecuzione forzata che si esegue con modalità deformalizzate ed estranee all’esecuzione per rilascio ex art. 605 c.p.c. che si riferisce ad un bene che non è mai entrato sotto il dominio del liquidatore e della procedura di liquidazione controllata e sulla quale, quindi, questi ultimi non hanno alcun potere dispositivo o gestorio, essendo detto bene appartenuto e tutt’ora appartenendo alla proprietà di un terzo estraneo al processo espropriativo, dunque non compreso nella procedura concorsuale.

  • II. Avviso di iscrizione a ruolo nel “presso terzi”: anche il deposito dell’avviso deve avvenire entro e non oltre la data indicata nell’atto di citazione

    Tribunale, di Napoli Nord, 7 dicembre 2023 - est. Auletta

    L’avviso di iscrizione a ruolo di cui all’art. 543, comma 5, c.p.c., come riformato, deve essere notificato – a pena di inefficacia del pignoramento - entro e non oltre la data indicata nell’atto di citazione; entro il medesimo termine l’avviso deve essere depositato nel fascicolo dell’esecuzione; il termine indicato dalla norma ha natura perentoria e l’attività dalla stessa contemplata va riguardata alla stregua di attività di impulso, il cui mancato tempestivo espletamento ha conseguenze sull’efficacia del pignoramento; non è condivisibile quindi la tesi secondo cui il deposito dell’avviso entro l’udienza “effettiva” di comparizione delle parti non determinerebbe l’inefficacia, purché la relativa notifica sia stata tempestiva avuto riguardo alla data indicata in citazione, in base ad una lettura “costituzionalmente orientata” dell’art. 543, comma 5, c.p.c.: e questo in quanto tale lettura determinerebbe una riduzione teleologica della disposizione al di là dell’intenzione del legislatore, che è chiaramente nel senso (ricavabile dalla lettera e dalla ratio della norma) di equiparare sotto il profilo effettuale l’omesso tempestivo deposito dell’avviso alla sua mancata notifica entro il termine previsto.

Giurisprudenza
di Legittimità
  • Le Sezioni Unite escludono che in sede esecutiva possa integrarsi il titolo esecutivo carente quanto al regime degli interessi legali

    Cassazione civile, SEZ. I, 7 maggio 2024, n. 12449 - pres. D’Ascola, est. Scoditti

    L’esigenza di cognizione dei presupposti applicativi della misura degli interessi previsti dal quarto comma dell’art. 1284 c.c. comporta che il titolo esecutivo giudiziale contenga l’accertamento di spettanza degli interessi legali nella misura indicata. Dal punto di vista del giudice dell’esecuzione, la mera previsione, nel dispositivo e/o nella motivazione del titolo esecutivo, degli “interessi legali” è inidonea ad integrare il detto accertamento, in ragione della evidenziata autonomia relativa della fattispecie produttiva degli interessi maggiorati rispetto alla ordinaria produzione degli interessi legali. Si tratta, come si è ormai più volte detto, di una fattispecie (relativamente) autonoma, che cade nella controversia da risolvere e rispetto alla quale l’accertamento, suscettibile di diventare cosa giudicata, deve essere specificatamente svolto. Se il titolo esecutivo è silente, il creditore non può conseguire in sede di esecuzione forzata il pagamento degli interessi maggiorati, stante il divieto per il giudice dell’esecuzione di integrare il titolo, ma deve affidarsi al rimedio impugnatorio. Il titolo esecutivo giudiziale, nel dispositivo e/o nella motivazione, alla luce del principio di necessaria integrazione di dispositivo e motivazione ai fini dell’interpretazione della portata del titolo, deve così contenere la previsione della spettanza degli interessi maggiorati  

  • Titolo esecutivo e interessi legali: la parola alle Sezioni Unite

    Cassazione civile, SEZ. I, 7 maggio 2024 - pres. D’Ascola, est. Scoditti

    Cassazione civile, Sez. un., 7 maggio 2024, n. 12449 – pres. D’Ascola, est. Scoditti   Se il titolo esecutivo giudiziale – nella sua portata precettiva individuata sulla base del dispositivo e della motivazione – dispone il pagamento di “interessi legali”, senza alcuna specificazione e in mancanza di uno specifico accertamento del giudice della cognizione sulla spettanza di interessi, per il periodo successivo alla proposizione della domanda giudiziale, secondo il saggio previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali ( ex art. 1284, comma 4, c.c.), la misura degli interessi maturati dopo la domanda corrisponde al saggio previsto dall’art. 1284, comma 1, c.c., stante il divieto per il giudice dell’esecuzione di integrare il titolo.

  • Indicizzazione dei tassi con clausola EURIBOR e indeterminabilità dell’oggetto

    Cassazione civile, Sez III, 3 maggio 2024 - pres. De Stefano, est. Tatangelo

    Cassazione civile, Sez. III, 3 maggio 2024, n. 12007 – pres. De Stefano, est. Tatangelo   I contratti di mutuo contenenti clausole che, al fine di determinare la misura di un tasso d’interesse, fanno riferimento all’Euribor, stipulati da parti estranee ad eventuali intese o pratiche illecite restrittive della concorrenza dirette alla manipola-zione dei tassi sulla scorta dei quali viene determinato il predetto indice, non possono, in mancanza della prova della conoscenza di tali intese e/o pratiche da parte di almeno uno dei contraenti (anche a prescindere dalla consapevolezza della loro illiceità) e dell’intento di conformare oggettivamente il regola-mento contrattuale al risultato delle medesime intese o prati-che, considerarsi contratti stipulati in “applicazione” delle sud-dette pratiche o intese; pertanto, va esclusa la sussistenza della nullità delle specifiche clausole di tali contratti contenenti il riferimento all’Euribor, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 287 del 1990 e/o dell’art. 101 TFUE. Le clausole dei contratti di mutuo che, al fine di determinare la misura di un tasso d’interesse, fanno riferimento all’Euribor, possono ritenersi viziate da parziale nullità (originaria o sopravvenuta), per l’impossibilità anche solo temporanea di determinazione del loro oggetto, laddove sia provato che la determina-zione dell’Euribor sia stata oggetto, per un certo periodo, di in-tese o pratiche illecite restrittive della concorrenza poste in es-sere da terzi e volte a manipolare detto indice; a tal fine è necessario che sia fornita la prova che quel parametro, almeno per un determinato periodo, sia stato oggettivamente, effettivamente e significativamente alterato in concreto, rispetto al meccanismo ordinario di determinazione presupposto dal contratto, in virtù delle condotte illecite dei terzi, al punto da non potere svolgere la funzione obbiettiva ad esso assegnata, nel regolamento contrattuale dei rispettivi interessi delle parti, di efficace determinazione dell’oggetto della clausola sul tasso di interesse. In tale ultimo caso (ferme, ricorrendone tutti i presupposti, le eventuali azioni risarcitorie nei confronti dei responsabili del danno, da parte del contraente in concreto danneggiato), le conseguenze della parziale nullità della clausola che richiama l’Euribor per impossibilità di determinazione del suo oggetto (limitatamente al periodo in cui sia accertata l’alterazione con-creta di quel parametro) e, prima fra quelle, la possibilità di una sua sostituzione in via normativa, laddove non sia possibile ricostruirne il valore “genuino”, cioè depurato dell’abusiva alterazione, andranno valutate secondo i principi generali dell’ordinamento.

  • La Corte di giustizia torna sulla vexata quaestio del potere-dovere del giudice dell’esecuzione di rilevare l’abusività delle clausole nei contratti dei consumatori

    Corte di giustizia UE, Nona Sez., 29 febbraio 2024

    L’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, letto alla luce del principio di effettività, dev’essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale che, a causa della decadenza, non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento di controllare, d’ufficio o su istanza del consumatore, l’eventuale carattere abusivo delle clausole contenute in un contratto di credito stipulato tra un professionista e un consumatore, qualora un siffatto controllo sia già stato effettuato da un giudice nella fase del procedimento d’ingiunzione di pagamento, purché tale giudice abbia individuato, nella sua decisione, le clausole che sono state oggetto di tale controllo, abbia esposto, anche solo sommariamente, le ragioni per le quali dette clausole non avevano carattere abusivo e abbia indicato che, in mancanza dell’esercizio, entro il termine impartito, dei mezzi di ricorso previsti dal diritto nazionale contro la decisione in parola, il consumatore decadrà dalla possibilità di far valere l’eventuale carattere abusivo di dette clausole. L’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 93/13, letto alla luce del principio di effettività, dev’essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento di adottare d’ufficio misure istruttorie al fine di accertare gli elementi di fatto e di diritto necessari per controllare l’eventuale carattere abusivo delle clausole contenute in un contratto di credito stipulato tra un professionista e un consumatore, qualora il controllo effettuato dal giudice competente nella fase del procedimento d’ingiunzione di pagamento non soddisfi i requisiti del principio di effettività per quanto riguarda tale direttiva.

  • Le società incaricate del recupero di crediti cartolarizzati non devono essere necessariamente iscritte nell’albo degli intermediari finanziari

    Cassazione civile, SEZ. III, 18 marzo 2024

    Nell’ambito delle attività di recupero dei crediti cartolarizzati, non occorre che la società che ha ricevuto dalla cessionaria il mandato per il materiale recupero del credito ( servicer ) sia iscritta all’albo degli intermediari finanziari di cui all’art. 106 T.U.B. Difatti, l’art. 2 comma 6 legge n. 130 del 1999, secondo cui il servizio di riscossione dei crediti ceduti nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione può essere svolto da banche o da intermediari finanziari iscritti nell'apposito albo, non costituisce una norma (civilistica) imperativa, la cui violazione darebbe luogo a nullità virtuale del mandato conferito per il recupero del credito e dei successivi atti esecutivi posti in essere dal mandatario, ma attiene alla regolamentazione (amministrativa) del settore bancario (e, più in generale, delle attività finanziarie), la cui rilevanza pubblicistica trova specifica tutela nel sistema dei controlli e dei poteri (anche sanzionatori) facenti capo all’autorità di vigilanza (cioè, alla Banca d’Italia), presidiati anche da norme penali.

  • Inammissibile la questione sollevata dal Tribunale di Lodi ex art. 363-bis c.p.c. circa la latitudine applicativa dei principi affermati da Cass. S.U., n. 9479/2023.

    Cassazione civile, Corte di Cassazione, Decreto presidenziale , 7 novembre 2023 - est Cassano

    È inammissibile il rinvio pregiudiziale sollevato ex art. 363-bis c.p.c. dal Tribunale di Lodi in merito alla questione se i principi affermati dal Cass. S.U., n. 9479/2023 siano applicabili dal G.E. anche al caso in cui il titolo posto alla base dell’esecuzione sia un decreto ingiuntivo opposto dal debitore, laddove l’opposizione sia stata dichiarata inammissibile con sentenza passata in giudicato.


Archivio Approfondimenti

15 novembre '22

La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità del “blocco delle azioni esecutive” previsto con riferimento alle procedure intraprese contro Enti del servizio sanitario della Regione Calabria

Alessandro Auletta
Giudice del Tribunale di Napoli Nord

Note a prima lettura sulla incostituzionalità della disposizione in materia di improcedibilità delle azioni esecutive promosse contro gli enti sanitari della Regione Calabria

08 novembre '22 Aggiornato

L’acquisto in executivis a titolo derivativo e l’inammissibilità dell’azione di rivendica di chi è parte nel processo

Biagio Giusta
Ufficio per il Processo presso la Corte Suprema di Cassazione

Le parti del processo esecutivo hanno l'onere di denunciare, con l'opposizione ex art. 617 c.p.c., l'erroneo trasferimento all'aggiudicatario di un cespite che è oggetto di pignoramento, essendo inammissibile un'azione (nella specie, di rivendica) autonoma, cioè distinta dai rimedi tipici dell'esecuzione forzata, da esse proposta per contrastare gli effetti dell'esecuzione, ponendoli nel nulla o limitandoli

24 giugno '22 Aggiornato

Le interferenze tra l’esecuzione forzata ed i procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento nel Codice della crisi d’impresa

Rinaldo D'Alonzo
Giudice del Tribunale di Larino

Uno sguardo ai regimi delle improseguibilità dell’esecuzione individuale previste dal codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza in occasione dell’accesso ad uno dei procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento

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