Clausole vessatorie e stabilità dei rapporti giuridici

Commento a Cass. Sez. Un. 6 aprile 2023, n. 9479

I poteri del giudice dell’opposizione tardiva a decreto ingiuntivo in materia consumeristica sprovvisto di motivazione sulla eventuale abusività delle clausole contrattuali

Le Sezioni Unite intervengono sulla sorte dell’opposizione all’esecuzione proposta dal debitore-consumatore che eccepisca l’abusività delle clausole del contratto in base al quale è stato emesso il decreto ingiuntivo

Il vademecum delle Sezioni Unite sugli adempimenti rimessi al giudice dell’esecuzione in caso di espropriazione forzata basata su un decreto ingiuntivo nei confronti di un consumatore sprovvisto di motivazione in ordine all’insussistenza di clausole vessatorie

Il vademecum delle Sezioni Unite sui controlli demandati al giudice del decreto ingiuntivo richiesto nei confronti di un consumatore

Sommario: 1. I principi di diritto enunciati dalla Cassazione – 2. I poteri del giudice nella fase sommaria del procedimento per ingiunzione – 3. Il decreto ingiuntivo privo dell’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c. – 4. I poteri del giudice dell’esecuzione – 5. Il rimedio indicato dalla Corte: l’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. – 6. Opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c., opposizione a precetto e opposizione alla esecuzione –

 

1.      I principi di diritto enunciati dalla Cassazione

Il più autorevole collegio della Corte di cassazione si è pronunciato sulla questione posta dalla Corte UE con la sentenza 17 maggio 2022, nelle cause riunite C-693/19 e C-831/19.

Le Sezioni Unite hanno espresso i seguenti principi di diritto:

«Fase monitoria

Il giudice del monitorio:

a)deve svolgere, d’ufficio, il controllo sull’eventuale carattere abusivo delle clausole del contratto stipulato tra professionista e consumatore in relazione all’oggetto della controversia;

b)a tal fine procede in base agli elementi di fatto e di diritto in suo possesso, integrabili, ai sensi dell’art. 640 c.p.c., con il potere istruttorio d’ufficio, da esercitarsi in armonia con la struttura e funzione del procedimento d’ingiunzione:

b.1.) potrà, quindi, chiedere al ricorrente di produrre il contratto e di fornire gli eventuali chiarimenti necessari anche in ordine alla qualifica di consumatore del debitore;

b.2) ove l’accertamento si presenti complesso, non potendo egli far ricorso ad un’istruttoria eccedente la funzione e la finalità del procedimento (ad es. disporre c.t.u.), dovrà rigettare l’istanza d’ingiunzione;

c) all’esito del controllo:

c.1) se rileva l’abusività della clausola, ne trarrà le conseguenze in ordine al rigetto o all’accoglimento parziale del ricorso;

c.2) se, invece, il controllo sull’abusività delle clausole incidenti sul credito azionato in via monitoria desse esito negativo, pronuncerà decreto motivato, ai sensi dell’art. 641 c.p.c., anche in relazione alla anzidetta effettuata delibazione;

c.3) il decreto ingiuntivo conterrà l’avvertimento indicato dall’art. 641 c.p.c., nonché l’espresso avvertimento che in mancanza di opposizione il debitore-consumatore non potrà più far valere l’eventuale carattere abusivo delle clausole del contratto e il decreto non opposto diventerà irrevocabile.

Fase esecutiva  

Il giudice dell’esecuzione:

a)in assenza di motivazione del decreto ingiuntivo in riferimento al profilo dell’abusività delle clausole, ha il dovere – da esercitarsi sino al momento della vendita o dell’assegnazione del bene o del credito - di controllare la presenza di eventuali clausole abusive che abbiano effetti sull’esistenza e/o sull’entità del credito oggetto del decreto ingiuntivo;

b)ove tale controllo non sia possibile in base agli elementi di diritto e fatto già in atti, dovrà provvedere, nelle forme proprie del processo esecutivo, ad una sommaria istruttoria funzionale a tal fine;

c)dell’esito di tale controllo sull’eventuale carattere abusivo delle clausole – sia positivo, che negativo - informerà le parti e avviserà il debitore esecutato che entro 40 giorni può proporre opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 650 c.p.c. per fare accertare (solo ed esclusivamente) l’eventuale abusività delle clausole, con effetti sull’emesso decreto ingiuntivo;

d)fino alle determinazioni del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 649 c.p.c., non procederà alla vendita o all’assegnazione del bene o del credito;

(ulteriori evenienze)

e)se il debitore ha proposto opposizione all’esecuzione ex  615, primo comma, c.p.c., al fine di far valere l’abusività delle clausole del contratto fonte del credito ingiunto, il giudice adito la riqualificherà in termini di opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. e rimetterà la decisione al giudice di questa (translatio iudicii);

f)se il debitore ha proposto un’opposizione esecutiva per far valere l’abusività di una clausola, il giudice darà termine di 40 giorni per proporre l’opposizione tardiva - se del caso rilevando l’abusività di altra clausola – e non procederà alla vendita o all’assegnazione del bene o del credito sino alle determinazioni del giudice dell’opposizione tardiva sull’istanza ex art. 649 c.p.c. del debitore consumatore.

Fase di cognizione

Il giudice dell’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c.:

a)una volta investito dell’opposizione (solo ed esclusivamente sul profilo di abusività delle clausole contrattuali), avrà il potere di sospendere, ex  649 c.p.c., l’esecutorietà del decreto ingiuntivo, in tutto o in parte, a seconda degli effetti che l’accertamento sull’abusività delle clausole potrebbe comportare sul titolo giudiziale;

b)procederà, quindi, secondo le forme di rito».

L’intenso dibattito suscitato dalla sentenza della Corte europea, del quale dà anche conto la motivazione del Giudice di legittimità, ha visto contrapposte le opinioni di chi riteneva necessaria una rivisitazione del sistema e di chi, invece, riteneva utile ogni sforzo per trovare, nelle pieghe di questo, la soluzione.

Il compito che la Corte si è assegnato era quello di «rinvenire nel sistema l’apparato di tutela giurisdizionale che garantisca appieno l’effettività del diritto eurounitario».

La decisione ha risolto nel modo indicato la questione relativa al bilanciamento tra la tutela del consumatore e la stabilità dei rapporti giuridici, ma apre nuovi orizzonti alla ricerca ed alla ricostruzione del sistema.

Qualora le soluzioni proposte siano condivise dai giudici di merito, ogni opinione espressa in materia è assorbita dalla decisione, che ha dettato il diritto vivente.

In base ad una prima lettura della motivazione della sentenza, si intendono segnalare gli effetti ed i percorsi aperti dalla pronuncia della Corte, rinviando l’esame degli sviluppi di ciascuno di essi ad analisi più approfondite

 

2.      I poteri del giudice nella fase sommaria del procedimento per ingiunzione

I principi di diritto enunciati in relazione alla «fase monitoria» erano già rinvenibili nel sistema e già garantivano l’effettività del diritto eurounitario: le Sezioni Unite hanno richiamato i giudici di merito alla piena osservanza della disciplina vigente.

Non sembra, infatti, si possa dubitare che, anche nella fase sommaria del procedimento per ingiunzione, il giudice abbia il potere – dovere di rilevare la nullità del contratto posto a fondamento del ricorso; che, ai sensi dell’art. 640 c.p.c., abbia il potere di invitare il ricorrente ad integrare la documentazione; che, se quanto prodotto con il ricorso o successivamente non si manifesti idoneo a sciogliere i dubbi sulla validità del contratto, la domanda debba essere rigettata, senza preclusione alcuna per la sua riproposizione anche nelle forme dei processi a cognizione piena.

Nella motivazione, la Corte richiama l’orientamento della Corte UE, per la quale, in relazione alla ingiunzione europea di cui al reg. 1896/2006, «il giudice investito della domanda del creditore può richiedere, anche d’ufficio, ed al fine di procedere all’esame del carattere eventualmente abusivo di alcune clausole, informazioni complementari ovvero la produzione di ulteriori documenti dalla parte interessata e che, pertanto, va considerata contraria al diritto dell’UE una normativa nazionale che qualifichi come irricevibili tali documenti aggiuntivi (sentenza 19.12.2019, in cause riunite C-453/18 e C-494/18, Bondora AS)».

Rispetto a quanto affermato dalle stesse Sezioni Unite con le sentenze sul rilievo della nullità dei contratti (Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242 e n. 26243, ripetutamente citate in motivazione), la novità risiede non soltanto nella ovvia estensione di quei principi alla fase sommaria del procedimento per ingiunzione, non considerata dalle decisioni del 2014, ma, soprattutto nella estensione di essi alle nullità di protezione, espressamente escluse da quelle sentenze.

L’altra novità che deriva dalla pronuncia in esame risiede nella integrazione dell’avvertimento previsto dall’art. 641 c.p.c.: «c.3) il decreto ingiuntivo conterrà l’avvertimento indicato dall’art. 641 c.p.c., nonché l’espresso avvertimento che in mancanza di opposizione il debitore-consumatore non potrà più far valere l’eventuale carattere abusivo delle clausole del contratto e il decreto non opposto diventerà irrevocabile».

Di questa soluzione, suggerita dalla Procura Generale, occorre prendere atto.

Sul piano pratico, la sua attuazione implica la predisposizione di una formula nei decreti ingiuntivi emessi in base a contratti di finanziamento: il debitore ingiunto sarà informato che, con l’opposizione, potrà dedurre anche il carattere abusivo delle clausole.

Si tratta di una mera esortazione o di un suggerimento: non sembra ragionevole ritenere che il decreto ingiuntivo che non contenga, nel dispositivo, l’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c. integrato con le indicazioni della Corte, sia, soltanto per questa ragione, viziato. Il principio di diritto enunciato dalla Corte non è una legge dello Stato ed è privo di portata precettiva.

Altri sono gli effetti, secondo le Sezioni Unite, della mancanza dell’avvertimento.

In ogni caso, il debitore consumatore ingiunto, con l’opposizione, potrà dedurre il carattere abusivo delle clausole del contratto di finanziamento, nonché ogni altra causa di nullità del contratto in base al quale il decreto è stato pronunciato.

I giudici di merito potrebbero, quindi, anche valutare l’opportunità, in attuazione dell’indicazione del più autorevole collegio della Corte, di avvertire il debitore ingiunto che, con l’opposizione, potrà anche dedurre qualunque causa di nullità.

 

3.      Il decreto ingiuntivo privo dell’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c.

Le soluzioni prospettate dalla Corte per i casi nei quali il decreto non contenga l’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c., integrato nei modi appena indicati, se non incidono sulla validità del provvedimento, appaiono destinate a stimolare nuovi percorsi di ricerca e a rinverdirne di antichi.

Nella motivazione, si afferma che la Corte intende «mantenere ferma la configurazione del decreto ingiuntivo non opposto quale provvedimento idoneo a passare in giudicato formale e a produrre effetti di giudicato sostanziale»; che «tale soluzione permette, anche nel limitato campo del decreto ingiuntivo non opposto in materia consumeristica, di fare salvo il principio secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile».

L’intendimento e le altre affermazioni, tuttavia, si manifestano estranei all’oggetto della decisione nell’interesse della legge.

Si può dubitare che la possibilità di dedurre il carattere abusivo delle clausole o, in generale, la nullità del contratto posto a fondamento di un decreto ingiuntivo non opposto presupponga l’attribuzione a questo provvedimento della idoneità «a passare in giudicato formale e a produrre effetti di giudicato sostanziale» e, per seguire le indicazioni della Corte UE, implichi l’ampliamento della opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c. e l’attribuzione al giudice dell’esecuzione di poteri cognitivi.

L’idoneità del decreto ingiuntivo non opposto «a passare in giudicato formale e a produrre effetti di giudicato sostanziale» ripetuta nelle massime e ribadita dalle Sezioni Unite assume rilevanza qualora il provvedimento sia invocato in altra controversia tra le stesse parti e relativa al medesimo oggetto. Nel caso in cui, ad esempio, in una controversia relativa ad un rapporto di locazione, venga in discussione la validità o la durata del contratto e si deduca che essa è preclusa dalla pronuncia di un decreto ingiuntivo non opposto relativo al canone di locazione; oppure a quello in cui, il creditore che ha ottenuto un decreto ingiuntivo non opposto agisca separatamente per ottenere gli interessi o i danni relativi al medesimo rapporto giuridico. Al di fuori di queste ipotesi, lo slogan ripetuto nelle massime e ribadito nella motivazione della sentenza in esame appare privo di rilevanza.

Il decreto ingiuntivo non opposto attribuisce stabilità al diritto di credito: in mancanza di opposizione, l’accertamento della esistenza e dell’ammontare del credito diviene immutabile e l’opposto non può contestarli in alcuna sede, salva l’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. e la revocazione ex art. 656 c.p.c.

Il decreto ingiuntivo non opposto, tuttavia, non copre, né può coprire il «deducibile» al pari di una sentenza resa all’esito di un processo a cognizione piena, appunto perché il «deducibile» non sembra abbia ingresso nella fase sommaria del procedimento per ingiunzione. Appare difficile ammettere che un provvedimento emanato a cognizione sommaria, in base a presupposti meramente formali e in assenza di contraddittorio possa, «fare stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa». Le espressioni «normativa senza giudizio», «preclusione pro judicato», «accertamento con prevalente funzione esecutiva» indicano, appunto, i limiti oggettivi di efficacia del provvedimento. Si era segnalato (https://www.inexecutivis.it/approfondimenti/2023/gennaio/certezza-del-diritto-risultante-dal-titolo-esecutivo-accertamento-con-prevalente-funzione-esecutiva-normativa-senza-giudizio-preclusione-pro-judicato-e-clausole-vessatorie-/) che il quesito posto dal giudice rimettente era mal posto ed aveva fuorviato la risposta dalla Corte UE. Il più autorevole collegio della Corte ha glissato sulla questione e si è limitato a ripetere lo slogan contenuto nelle massime, ma ogni questione relativa al giudicato «implicito» del decreto ingiuntivo non opposto appare, in questa sede, priva di rilevanza, cosicché l’affermazione contenuta nella motivazione della sentenza in esame, contraria ad una risalente tradizione, nonché ai principi del giusto processo, può essere considerata un mero obiter dictum.

Ad altri fini, la questione potrebbe essere approfondita in base ad una puntuale analisi di ciascuna e tutte le decisioni massimate con lo slogan richiamato nella sentenza delle Sezioni Unite, al fine di verificare se esso si riferisca alla definitiva stabilità del credito e si tratti, quindi, di un mero obiter dictum, oppure al fine di sollevare una questione di legittimità costituzionale per la manifesta incompatibilità della attribuzione dell’efficacia di giudicato implicito ai provvedimenti a cognizione sommaria, per di più emessi inaudita altera parte, con le elementari garanzie costituzionali del diritto di azione e di difesa.

Appare ragionevole ritenere che il compito di «rinvenire nel sistema l’apparato di tutela giurisdizionale che garantisca appieno l’effettività del diritto eurounitario» possa essere assolto prescindendo da ogni questione relativa al giudicato «implicito».

Le stesse Sezioni Unite, infatti, con la sentenza 14 aprile 2021, n. 9839, hanno affermato che il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo emesso in base ad una delibera condominiale, ha il potere – dovere di rilevarne, anche d’ufficio, la nullità.

Il più autorevole collegio della Corte ha condiviso l’orientamento per il quale «nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per la riscossione di oneri condominiali, il limite alla rilevabilità d'ufficio dell'invalidità della sottostante delibera non opera allorché si tratti di vizi implicanti la sua nullità, in quanto la validità della delibera rappresenta un elemento costitutivo della domanda di pagamento»; ed ha concluso nel senso che «la nullità, quale vizio radicale del negozio giuridico, impedisce, per sua natura, allo stesso di produrre alcun effetto nel mondo del diritto (“quod nullum est nullum producit effectum”); essa è deducibile da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d'ufficio (art. 1421 c.c.). Perciò, negare al giudice dell’opposizione al decreto ingiuntivo il potere di tener conto della eventuale nullità della deliberazione assembleare significa negare la stessa nozione di nullità; significa, al postutto, costringere il giudice a ritenere giuridicamente efficace ciò che tale non è. Deve dunque riconoscersi - secondo i principi generali - che il giudice dell'opposizione al decreto ingiuntivo ha il potere di sindacare la nullità della deliberazione assembleare posta a fondamento della ingiunzione, che sia stata eventualmente eccepita dalla parte; egli ha altresì il potere-dovere di rilevare d'ufficio l’eventuale nullità della deliberazione, con l’obbligo - in tal caso - di instaurare sulla questione il contraddittorio tra le parti ai sensi dell'art. 101  c.p.c., comma 2».

In base ai principi di diritto enunciati in riferimento al potere - dovere di rilevare la nullità del contratto da Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242 e n. 26243, ripetutamente citate nella motivazione della sentenza in esame, ogni questione relativa alla efficacia giudicato e del giudicato «implicito» si manifesta estranea al problema considerato.

Il passo in avanti rispetto a quelle pronunce imposto dalla Corte UE e recepito dalla sentenza in esame consiste nella estensione di quei principi alle «nullità di protezione» del debitore – consumatore.

 

4.      I poteri del giudice dell’esecuzione

Qualora il giudice della fase sommaria del procedimento per ingiunzione non abbia esercitato il potere – dovere di valutare la validità del contratto di finanziamento derivante dal carattere vessatorio delle clausole e il decreto ingiuntivo non opposto non contenga l’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c., integrato secondo il suggerimento delle Sezioni Unite, e sia posto a fondamento dell’azione esecutiva, la Corte ritiene che il compito «di controllare la presenza di eventuali clausole abusive che abbiano effetti sull’esistenza e/o sull’entità del credito oggetto del decreto ingiuntivo» competa al giudice dell’esecuzione.

Secondo le Sezioni Unite, «l’inattività del giudice del procedimento monitorio, ove non rimediabile in una sede successiva …, impedirebbe definitivamente di colmare proprio nel processo quel dislivello sostanziale esistente tra i contraenti, facendo gravare la violazione dell’obbligo del rilievo officioso della abusività della clausola negoziale sul consumatore, sebbene questi sia rimasto privo di tutte le “informazioni” che gli sono dovute per porlo in condizione di determinare la portata dei suoi diritti».

In espresso contrasto con l’intenzione di «mantenere ferma la configurazione del decreto ingiuntivo non opposto quale provvedimento idoneo a passare in giudicato formale e a produrre effetti di giudicato sostanziale», la Corte ha riconosciuto che «la decisione adottata, sebbene non fatta oggetto di opposizione, è comunque insuscettibile di dar luogo alla formazione, stabile e intangibile, di un giudicato, così da consentire anche nella contigua sede esecutiva, dove si procede per l’attuazione del diritto accertato, una riattivazione del contraddittorio impedito sulla questione pregiudiziale pretermessa (concernente, per l’appunto, l’assenza di vessatorietà delle clausole del contratto)».

Alla prima affermazione, come si è rilevato, si può attribuire, il valore di un mero obiter dictum: la questione riguarda la definitiva stabilità dell’accertamento del credito. Dalla seconda, la Corte fa discendere il potere – dovere del giudice dell’esecuzione di «informare le parti» e di «avvisare» il debitore esecutato.

Appare ragionevole ritenere che, al pari dell’integrazione dell’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c., questo principio di diritto debba essere esteso ad ogni ipotesi di nullità del contratto posto a fondamento del decreto ingiuntivo non opposto.

Il principio di diritto impone al giudice dell’esecuzione che dubiti della validità del contratto posto a fondamento del decreto ingiuntivo non opposto di «informare le parti» e di «avvisare» «il debitore esecutato».

L’omesso esercizio di questo potere – dovere, tuttavia, non sembra possa essere posto a fondamento di alcuna opposizione esecutiva: se il debitore ha già proposto o se propone opposizione alla esecuzione per dedurre il carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento in base al quale è stato pronunciato il decreto ingiuntivo, il giudice della opposizione, secondo la Corte, dovrebbe indirizzarlo alla proposizione della opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c.; se è proposta opposizione agli atti esecutivi con la quale la parte si duole del mancato esercizio del potere – dovere di «informare» e di «avvisare», anche il giudice di questa opposizione potrà indirizzare l’opponente alla utilizzazione del rimedio ritenuto congruo dalle Sezioni Unite. In ogni caso, può escludersi che il processo esecutivo sia viziato dall’omesso esercizio del potere di «informare le parti» e di «avvisare» «il debitore esecutato».

La Corte non ha attribuito al giudice della esecuzione poteri cognitivi estranei alla struttura ed alla funzione del processo esecutivo.

In nessun caso, in base al principio di diritto enunciato dalla Corte nella decisione in esame, il giudice dell’esecuzione ha il potere di giudicare sul carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento o della validità del contratto.

Secondo la Corte, l’esigenza di osservare «il principio del pieno contradditorio, quale nucleo essenziale della tutela giurisdizionale» «non potrebbe trovare adeguata garanzia dinanzi ad un G.E. al quale venga affidato anche l’accertamento e la declaratoria di abusività delle clausole contrattuali, poiché, come detto, il rito è essenzialmente deformalizzato e i poteri cognitivi ad esso attribuiti, sebbene arricchiti dalle più recenti riforme legislative rispetto all’assetto originario, sono pur sempre funzionali allo svolgimento della procedura esecutiva»; «il rilievo officioso del G.E. avrebbe un valore soltanto endoprocedimentale e anche l’eventuale ordinanza di chiusura della procedura in caso di accertata abusività della clausola non potrebbe essere idonea alla formazione di un giudicato, per cui il consumatore sarebbe ancora esposto al rischio di nuove procedure esecutive (anche sullo stesso bene), senza poter far valere la precedente decisione a lui favorevole».

I poteri cognitivi del giudice dell’esecuzione restano circoscritti alla interpretazione del titolo esecutivo ed all’attuazione coattiva del diritto da esso risultante: può determinare i crediti di lavoro se la somma sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico (Cass. 21 novembre 2006, n. 24649); può determinare le spese ordinarie accessorie ai crediti di mantenimento (Cass. 23 maggio 2011, n. 11316); può assegnare il credito «se l’allegazione del creditore consente l’identificazione del credito o dei beni di appartenenza del debitore in possesso del terzo», ai sensi dell’art. 548, comma 1, c.p.c.; può determinare le modalità di esecuzione degli obblighi di fare e di disfare, ai sensi dell’art. 612 c.p.c.; può disporre le misure coercitive, ai sensi dell’art. 614-bis c.p.c. Ai sensi dell’art. 474 c.p.c., per il giudice dell’esecuzione, è sempre «certo» il diritto risultante dal titolo, quale che sia l’intensità dell’accertamento in esso contenuto, sia esso una sentenza passata in giudicato, un decreto ingiuntivo, una cambiale o un altro dei provvedimenti o degli atti elencati nella disposizione.

In base al principio di diritto enunciato dalla Corte nella decisione in esame, il giudice dell’esecuzione, qualora il carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento non sia stato valutato dal giudice della cognizione e il debitore ingiunto non sia stato avvertito della possibilità di dedurre il vizio con l’opposizione, ha soltanto il potere di informare le parti e di avvisare il debitore esecutato.

 

5.      Il rimedio indicato dalla Corte: l’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. 

In base alla ricostruzione del sistema prospettata dal più autorevole collegio della Corte, il giudice della fase sommaria del procedimento per ingiunzione, qualora rilevi, anche dopo il deposito della documentazione integrativa richiesta, la nullità del contratto di finanziamento posto a fondamento del ricorso, lo rigetterà, ma il creditore potrà dedurre il diritto di credito anche nelle forme dei processi a cognizione piena. Qualora la nullità sia esclusa, il decreto dovrà contenere l’espresso avvertimento che il debitore – consumatore ingiunto potrà dedurre, con l’opposizione, la nullità del contratto di finanziamento posto a fondamento del ricorso.

In questa prima, fisiologica, ipotesi, il debitore ingiunto potrà far valere, con l’opposizione, la nullità, totale o parziale, del contratto di finanziamento. Se non propone opposizione, «il decreto non opposto diventerà irrevocabile». La medesima conseguenza dovrebbe valere nel caso in cui il debitore ingiunto proponga opposizione per motivi diversi dalla nullità del contratto di finanziamento. E sembra coerente riconoscere che, in tal caso, il giudice dell’opposizione non possa rilevare d’ufficio la nullità di protezione, in sintonia con quanto affermato, in relazione alle «nullità di protezione», da Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242 e n. 26243.

Qualora, nella fase sommaria del procedimento per ingiunzione, la nullità del contratto non sia stata considerata e l’avvertimento al debitore ingiunto non contenga alcuna menzione della possibilità di dedurre l’eventuale carattere vessatorio delle clausole contrattuali, il giudice dell’esecuzione avrà il potere - dovere di «informare» le parti e di «avvisare» il debitore esecutato «che entro 40 giorni può proporre opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 650 c.p.c. per fare accertare (solo ed esclusivamente) l’eventuale abusività delle clausole, con effetti sull’emesso decreto ingiuntivo».

Il mancato esercizio di questo potere – dovere appare privo di conseguenze, perché, vuoi nel caso in cui il debitore esecutato abbia già proposto opposizione alla esecuzione, vuoi in quelli in cui si dolga del silenzio del giudice dell’esecuzione, il rimedio a sua disposizione per contestare il carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento, secondo la Corte, resta soltanto l’opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c., alla quale il giudice dell’una o dell’altra opposizione dovranno indirizzarlo.

L’esigenza di sottoporre ad un termine di decadenza la contestazione relativa al carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento e, quindi, la nullità di questo ha indotto la Corte ad escludere l’ammissibilità di una autonoma azione di accertamento: «analogo rilievo, ossia l’assenza di un termine per la proposizione, vale a maggior ragione per il rimedio dell’actio nullitatis».

Le Sezioni Unite hanno anche ritenuto necessario garantire al debitore consumatore che si dolga del carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento e della nullità di questo il doppio grado di giurisdizione: «anche in caso di sentenza emessa all’esito di opposizione ex art. 617 c.p.c., essendo un tale provvedimento ricorribile soltanto per cassazione, il debitore consumatore non avrebbe a disposizione un grado di giudizio per far valere le proprie ragioni».

Nell’assolvimento del compito di conciliare le indicazioni della Corte UE con l’ordinamento interno, le Sezioni Unite, con una complessa opera di ingegneria processuale, hanno inteso fissare comunque un termine fisso per contestare la validità dei contratti di finanziamento, decorso il quale ogni contestazione dovrebbe essere preclusa.

A fondamento della soluzione prospettata, le Sezioni Unite hanno rilevato che essa «si presta, anzitutto, ad operare, con convinzione, la necessaria saldatura tra ordinamenti, sovranazionale e interno»; che «la tutela del consumatore è da reputarsi rispettosa del canone dell’effettività e la maturazione del termine di cui all’art. 641 c.p.c., senza che sia stata proposta opposizione, non consentirà più successive contestazioni sulla questione di abusività delle clausole contrattuali»; che «l’opposizione ex art. 650 c.p.c. è attivabile entro uno spatium deliberandi di 40 giorni e, dunque, entro un termine certo, ciò che, invece, non sarebbe possibile per l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., alla quale, in mancanza di un termine per la sua proposizione, si potrebbe fare ricorso durante tutto lo svolgimento della fase di liquidazione giudiziale e fino alla apertura della fase distributiva».

Nella enunciazione del principio di diritto, la Corte prescinde dalla possibilità che, esclusa l’attribuzione al giudice dell’esecuzione di poteri cognitivi, oggetto dell’«avviso» del giudice dell’esecuzione avrebbe potuto essere sulla traccia segnate dalle pronunce sulla nullità del contratto (Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242 e n. 26243), nonché da quella sulla nullità delle deliberazioni condominiali (Cass., sez. un., 14 aprile 2021, n. 9839), la proponibilità di un’opposizione alla esecuzione ai sensi dell’art. 615, comma 2, c.p.c.

Le Sezioni Unite hanno riconosciuto che il decreto ingiuntivo non opposto, fondato su un contratto di finanziamento nullo per il carattere vessatorio delle clausole, non rilevato dal giudice della cognizione, è «insuscettibile di dar luogo alla formazione, stabile e intangibile, di un giudicato, così da consentire anche nella contigua sede esecutiva, dove si procede per l’attuazione del diritto accertato, una riattivazione del contraddittorio».

Esclusa l’attribuzione di poteri cognitivi al giudice della esecuzione, che può soltanto «informare» le parti ed «avvisare» il debitore, ed escluso altresì che il decreto ingiuntivo non opposto, fondato su un contratto di finanziamento nullo per il carattere vessatorio delle clausole, possa avere efficacia di giudicato, la soluzione coerente avrebbe potuto essere quella di consentire al giudice dell’esecuzione di segnalare al debitore – consumatore la possibilità di aprire una parentesi di cognizione mediante la proposizione di una opposizione alla esecuzione.

Anche questa è sottoposta ad un termine di decadenza: ai sensi dell’ultimo periodo del secondo comma dell’art. 615 c.p.c., «è inammissibile se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552, 569, salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero l’opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile»; la Corte avrebbe potuto qualificare causa non imputabile al debitore consumatore, la mancanza dell’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c.

L’opposizione alla esecuzione, inoltre, è decisa all’esito di un processo a cognizione piena, nel quale è garantito il doppio grado di giurisdizione.

In considerazione dei limiti oggettivi del «giudicato» del decreto ingiuntivo non opposto, questa soluzione avrebbe consentito pianamente di «rinvenire nel sistema l’apparato di tutela giurisdizionale che garantisca appieno l’effettività del diritto eurounitario».

Se i giudici di merito «riqualificheranno» le opposizioni alla esecuzione ex art. 615 c.p.c. con le quali si deduca la nullità del contratto di finanziamento posto a fondamento del decreto ingiuntivo non opposto e riterranno ammissibili, contro la lettera della disposizione, le opposizioni tardive ex art. 650 c.p.c., tuttavia, ogni giudizio di valore sulla scelta del più autorevole collegio della Corte e sulla congruità del mezzo al fine, si manifesta privo di rilevanza e di utilità. La decisione ha assorbito le opinioni.

Si tratta, piuttosto, di ricostruire il sistema e di coordinare il rimedio indicato dalla Corte con quelli già previsti.

 

6.      Opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c., opposizione a precetto e opposizione alla esecuzione

Se il debitore ingiunto, anche se non «avvertito», con l’opposizione, deduce la nullità del contratto di finanziamento per il carattere vessatorio delle clausole, l’ipotesi non presenta alcun requisito di novità e se ne può prescindere. Il decreto, pur privo dell’avvertimento di cui all’art. 641 c.p.c., non è, per questa ragione, viziato.

Secondo le Sezioni Unite, il debitore esecutato, che non ha proposto opposizione al decreto ingiuntivo, è rimesso in termini per la proposizione dell’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. dall’«avviso» del giudice dell’esecuzione.

La comunicazione dell’«avviso» o la pronuncia di questo in udienza segnano il dies a quo decorre il termine di quaranta giorni per la notificazione ovvero per il deposito dell’atto di opposizione, a seconda che questa debba essere proposta con citazione o con ricorso. In base ai principi di diritto enunciati da Cass., sez. un., 12 gennaio 2022, n. 758, e da Cass., sez. un., 13 gennaio 2022, n. 927, l’eventuale errore nella forma dell’atto di opposizione è privo di rilevanza se l’errore di rito è regolato dall’art. 4 d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, mentre determina l’inammissibilità per tardività dell’opposizione se la notificazione o il deposito sono effettuati oltre il termine e l’errore di rito è regolato dagli artt. 426 e 427 c.p.c.

In base al principio di diritto enunciato dalla decisione in esame, il giudice dell’esecuzione, «fino alle determinazioni del giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’art. 649 c.p.c., non procederà alla vendita o all’assegnazione del bene o del credito».

Ai sensi dell’art. 623 c.p.c., l’esecuzione forzata può essere disposta dalla legge, dal giudice innanzi al quale è impugnato il titolo esecutivo o dal giudice dell’esecuzione. L’improcedibilità provvisoria determinata dalla applicazione della decisione in esame potrebbe essere compresa nella prima ipotesi: la «legge», quale interpretata dal più autorevole collegio della Corte, impedisce che l’espropriazione forzata vada avanti finché non sia stata valutata, anche con cognizione sommaria, ai sensi dell’art. 649 c.p.c., la nullità del contratto per il carattere vessatorio delle clausole.

Comunque si qualifichi questa ipotesi di improcedibilità provvisoria, occorre prendere atto che il termine finale dipende dall’iniziativa del debitore esecutato e dal giudice adìto con l’opposizione ex art. 650 c.p.c.: il processo esecutivo potrà riprendere se il debitore esecutato rimane inerte nel termine decorrente dall’avviso del giudice dell’esecuzione o se la sospensione dell’esecuzione è negata dal giudice dell’opposizione; la sospensione eventualmente disposta da quest’ultimo rende applicabile l’art. 623 c.p.c.: si tratta della seconda delle ipotesi previste da questa disposizione.

La qualificazione dell’improcedibilità provvisoria prevista dalle Sezioni Unite incide sulle forme per la ripresa del processo esecutivo: se si ritiene si tratti di un’ipotesi di sospensione prevista dalla legge, sarà necessario un atto di riassunzione ai sensi dell’art. 627 c.p.c.; altrimenti è necessario reperire un altro atto di impulso processuale per consentire la continuazione del processo esecutivo.

Se il debitore esecutato non ha proposto opposizione al decreto ingiuntivo, ma ha proposto opposizione al precetto, ai sensi dell’art. 615, comma 1, c.p.c., o opposizione alla esecuzione, ai sensi dell’art. 615, comma 2, c.p.c., il «giudice adìto la riqualificherà in termini di opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. e rimetterà la decisione al giudice di questa» ovvero «darà termine di 40 giorni per proporre l’opposizione tardiva».

Questi provvedimenti possono essere successivi alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo ai sensi dell’art. 615, comma 1, c.p.c. o della esecuzione, ai sensi dell’art. 624 c.p.c.; in questi casi, il procedimento esecutivo non può cominciare né può proseguire; potrà essere riassunto ai sensi dell’art. 627 c.p.c.

La «riqualificazione» della opposizione a precetto o la fissazione del termine per la proposizione dell’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c. possono anche precedere la valutazione della sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo o dell’esecuzione. Le Sezioni Unite hanno considerato soltanto la seconda ipotesi ed hanno affermato che il giudice dell’esecuzione «non procederà alla vendita o all’assegnazione del bene o del credito sino alle determinazioni del giudice dell’opposizione tardiva sull’istanza ex art. 649 c.p.c. del debitore consumatore».

Appare legittimo chiedersi se il giudice dell’opposizione a precetto ed il giudice dell’esecuzione abbiano il potere di sospendere l’efficacia esecutiva del titolo o dell’esecuzione o se questo potere appartenga esclusivamente al giudice dell’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c.

I principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite orientano per questa seconda ipotesi: se l’unico rimedio a disposizione del debitore – consumatore è l’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c., soltanto il giudice di questa ha il potere di sospendere l’efficacia esecutiva del titolo o dell’esecuzione ai sensi dell’art. 649 c.p.c.; vuoi il giudice della opposizione a precetto, vuoi il giudice dell’esecuzione e quello della opposizione alla esecuzione ne sono privi.

Ne consegue che il pignoramento eseguito dopo la «riqualificazione» della opposizione a precetto e prima della sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo dovrebbe ritenersi valido ed efficace. Ogni questione relativa alla «improcedibilità provvisoria» si pone negli stessi termini in cui si pone nel caso in cui il consumatore - debitore esecutato e non avvertito ai sensi dell’art. 641 c.p.c. sia rimasto inerte.

La Corte non ha, infine, considerato il caso in cui l’ingiunzione non opposta sia stata emanata da un giudice di un altro Stato dell’Unione Europea, che questi non abbia valutato la nullità del contratto di finanziamento, che il debitore - consumatore non sia stato avvertito della possibilità di dedurre il carattere vessatorio delle clausole contrattuali.

I rapporti tra il giudice innanzi al quale si è formato il titolo esecutivo ed il giudice del diverso Stato innanzi al quale esso sia messo in esecuzione sono stati esaminati dalla Corte UE nella sentenza 16 febbraio 2023, C-393/21, con esiti coincidenti con quanto previsto dall’art. 623 c.p.c.: se l’efficacia di un titolo esecutivo europeo è sospesa dal giudice che lo ha emesso, il giudice dell’esecuzione di un altro Stato deve prenderne atto; «L’art. 6, paragrafo 2, del regolamento n. 805/2004, in combinato disposto con l’art. 11 dello stesso, deve essere interpretato nel senso che, qualora l’esecutività di una decisione certificata come titolo esecutivo europeo sia stata sospesa nello Stato membro d’origine e il certificato di cui a tale art. 6, paragrafo 2, sia stato presentato al giudice dello Stato membro dell’esecuzione, detto giudice è tenuto a sospendere, sulla base di tale decisione, il procedimento di esecuzione avviato in quest’ultimo Stato».

I principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite attendono anche di essere applicati anche all’art. 20 Reg.CE n. 1896/2006, che regola il riesame dell’ingiunzione europea «in casi eccezionali» e corrisponde all’art. 650 c.p.c, indicato dalla Corte quale unico rimedio esperibile dal debitore – consumatore non «avvertito» della eventuale vessatorietà delle clausole del contratto di finanziamento.

Tale questione si aggiunge alle altre segnalate per la ricomposizione del puzzle al quale le Sezione Unite hanno invitato gli interpreti e gli operatori.

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Cass. SS.UU. 9479-2023 SENTENZA.pdf
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