«Certezza» del diritto risultante dal titolo esecutivo, «accertamento con prevalente funzione esecutiva», «normativa senza giudizio», «preclusione pro judicato» e clausole vessatorie

1. Le questioni e gli interessi in gioco [*].
L’intenso e vivace dibattito suscitato dalla sentenza della Corte UE del 17 maggio 2022 attende una risposta dal più autorevole collegio della Corte di cassazione.

Ogni soluzione prospettata ed ogni argomento speso prima della decisione delle Sezioni Unite è destinato ad essere assorbito dalla pronuncia della Corte. Questa potrà essere condivisa o contestata, ma il «diritto vivente» sarà quello indicato dall’organo nomofilattico.

La discussione sulle questioni poste dalla Corte europea rientra a pieno titolo tra quelle oggetto dei Dialogoi, dei quali è notizia nel sito della Corte: ogni qual volta è sorta una questione di particolare importanza sulla quale sono state chiamate a pronunciarsi le Sezioni Unite, l’Università Roma Tre e la Formazione decentrata della Corte di cassazione hanno organizzato un pubblico dibattito, affinché la decisione del più autorevole collegio della Corte fosse anche il frutto di un confronto con gli studiosi e con gli operatori. Nelle locandine dei Dialogoi è riprodotta una frase di uno scrittore cinese: «La speranza è come una strada nei campi. Non c’è mai stata una strada ma quando molte persone vi camminano la strada prende forma» (Lin Yutang).

Gli argomenti spesi nel corso della discussione possono contribuire alla decisione delle Sezioni Unite.

Appare opportuno tentare di puntualizzare le questioni e di indicare i giudizi di valore rimessi alla scelta della Corte. E, preliminarmente, è anche opportuno ricordare il percorso che ha portato la questione alle Sezioni Unite.

Con l’ordinanza di rimessione del 10 agosto 2019, il Tribunale di Milano ha chiesto alla Corte del Lussemburgo «se ed a quali condizioni gli artt. 6 e 7 della direttiva 93/13/CEE e l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ostino ad un ordinamento nazionale, come quello delineato, che preclude al giudice dell’esecuzione di effettuare un sindacato intrinseco di un titolo esecutivo giudiziale passato in giudicato e che preclude allo stesso giudice, in caso di manifestazione di volontà del consumatore di volersi avvalere della abusività della clausola contenuta nel contratto in forza del quale è stato formato il titolo esecutivo, di superare gli effetti del giudicato implicito».

Analoghi quesiti sono stati posti da giudici spagnoli.

Con la sentenza del 17 maggio 2022, nelle cause riunite C-693/19 e C-831/19, la Corte UE ha risposto: «l’articolo 6, paragrafo 1, e l’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, devono essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale la quale prevede che, qualora un decreto ingiuntivo emesso da un giudice su domanda di un creditore non sia stato oggetto di opposizione proposta dal debitore, il giudice dell’esecuzione non possa — per il motivo che l’autorità di cosa giudicata di tale decreto ingiuntivo copre implicitamente la validità delle clausole del contratto che ne è alla base, escludendo qualsiasi esame della loro validità — successivamente controllare l’eventuale carattere abusivo di tali clausole. La circostanza che, alla data in cui il decreto ingiuntivo è divenuto definitivo, il debitore ignorava di poter essere qualificato come “consumatore” ai sensi di tale direttiva è irrilevante a tale riguardo». A questa decisione hanno fatto seguito le sentenze dell’8 e del 22 settembre 2022.

Il 13 luglio 2022 era stata fissata, innanzi alla Sezione III della Corte di cassazione, la trattazione del ricorso n. 24533/2021 contro la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio che aveva rigettato l’opposizione agli atti esecutivi contro l’ordinanza dichiarativa della esecutività del progetto di distribuzione.

Il ricorso era fondato, appunto, sulle questioni indicate dalla Corte UE: se il decreto ingiuntivo non opposto precluda al debitore di dedurre il carattere abusivo delle clausole del contratto di finanziamento.

Sennonché, con decreto del 7 luglio 2022, il Presidente della terza sezione civile, ha rilevato che il ricorso riguardava appunto l’applicazione delle sentenze della Corte UE, che il ricorrente aveva rinunciato al ricorso, ma aveva anche chiesto che, sulla questione, il Procuratore Generale formulasse, ai sensi dell’art. 363 c.p.c., richiesta di enunciazione del principio di diritto, che il Procuratore Generale aveva accolto questa richiesta, che «la questione è di massima di particolare importanza e coinvolge materie di competenza tabellare di diverse sezioni civili della Corte, con conseguente necessità che su di essa pronuncino le Sezioni Unite della Corte»; ha conseguentemente disposto la rimessione al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

Queste, dunque, sono chiamate a stabilire, nell’interesse della legge, ai sensi dell’art. 363 c.p.c., se possa essere ancora contestato il carattere abusivo delle clausole di un contratto di finanziamento posto a fondamento di un decreto ingiuntivo non opposto. Come possa essere perseguito questo obiettivo è questione interna. La Corte europea ha indicato la meta; il percorso da seguire è rimesso ai singoli stati.

I valori in gioco, che le Sezioni Unite sono chiamate a bilanciare, riguardano la stabilità dei rapporti giuridici e le esigenze di tutela del consumatore.

Si tratta di decidere se quest’ultimo, pur non avendo proposto opposizione contro il decreto ingiuntivo che lo ha condannato al pagamento, possa, nel corso del processo esecutivo, ancora dedurre il carattere abusivo delle clausole del contratto di finanziamento ovvero se il giudice dell’esecuzione possa rilevarlo d’ufficio.

L’intenso dibattito sviluppatosi sull’argomento ha messo in discussione soprattutto la nozione di giudicato e quella di giudicato implicito, nonché l’applicazione di esse al decreto ingiuntivo non opposto e i poteri del giudice della esecuzione.

Nei consueti limiti di una discussione di un Dialogos, può essere utile tentare di mettere ordine tra le questioni indicate.

2. I poteri del giudice dell’esecuzione.
In questa prospettiva, la prima questione della quale appare opportuno occuparsi riguarda i poteri del giudice dell’esecuzione.

Vuoi l’ordinanza di rimessione alla Corte UE, vuoi la sentenza di quest’ultima, vuoi numerosi contributi sull’argomento hanno posto in relazione l’esercizio dei poteri del giudice dell’esecuzione con la nozione di giudicato e di giudicato implicito.

Non sembra che questa impostazione meriti di essere condivisa. Sembra ragionevole dubitare che le nozioni di giudicato riguardino l’ambito dei poteri ufficiosi del giudice dell’esecuzione.

Il compito di quest’ultimo consiste nel dare attuazione al titolo esecutivo.

Questo, ai sensi dell’art. 474 c.p.c., si fonda su un diritto «certo»: «l’esecuzione forzata non può avere luogo che in virtù di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile».

La certezza del diritto risultante dal titolo, tuttavia, non ha nulla a che fare con il giudicato.

Ai sensi dello stesso art. 474 c.p.c., infatti, sono titoli esecutivi «1) le sentenze, i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva; 2) le scritture private autenticate, relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute, le cambiali, nonché gli altri titoli di credito ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia; 3) gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli».

Le «sentenze» menzionate nel n. 1 della disposizione non sono soltanto quelle non più impugnabili nei modi ordinari, ma anche quelle provvisoriamente esecutive, come tali prive della autorità del giudicato. L’espressione «altri provvedimenti» è riferibile ad una galassia di ipotesi eterogenee. Analoghi rilievi possono essere ripetuti per le previsioni contenute nei numeri 2 e 3 dello stesso art. 474 c.p.c.

La portata precettiva dell’art. 474 c.p.c. consiste nell’imporre al giudice della esecuzione ed agli organi del processo esecutivo di considerare sempre e comunque «certo» il diritto risultante dal titolo. Quale che sia il titolo esecutivo, il giudice della esecuzione e gli organi del processo esecutivo devono considerare «certo» il diritto da esso risultante.

In riferimento ai poteri del giudice della esecuzione, pertanto, ogni questione inerente il giudicato o la stabilità degli effetti dell’accertamento del diritto, si manifesta priva di rilevanza.

In riferimento a questo primo aspetto, il recepimento delle indicazioni della Corte UE non riguarda la stabilità del giudicato, ma la struttura del processo esecutivo.

Prescindendo dalle questioni relative al giudicato, si tratta di stabilire se le regole europee siano in contrasto con le regole e con i principi che impediscono al giudice della esecuzione di sindacare la certezza del diritto risultante dal titolo e di controllare, d’ufficio, l’eventuale carattere abusivo di tali clausole, vessatorie per il consumatore.

In questi termini, la risposta può apparire scontata, almeno qualora non si intenda sovvertire radicalmente il sistema, con ricadute devastanti.

Il giudice della esecuzione, infatti, deve dare attuazione non soltanto ad una sentenza o un provvedimento giurisdizionale che ritiene «ingiusti», ma anche ai titoli esecutivi stragiudiziali della cui validità dubita.

Ogni contestazione relativa alla efficacia dei titoli esecutivi giudiziali e di quelli stragiudiziali è rimessa alle parti, che possono aprire parentesi di cognizione.

In questa prospettiva, non assume rilevanza l’orientamento per il quale il giudice dell’esecuzione può rilevare d’ufficio la sopravvenuta inefficacia del titolo, del quale è leading case Cass., sez. un., 7 gennaio 2014, n. 61. Il decreto ingiuntivo fondato su un contratto di finanziamento contenente clausole vessatorie della cui validità si dubita è comunque un titolo esecutivo; questo esiste, anche se si dubita della sua validità, che, appunto, si vuole sia accertata. Non è sostenibile, pertanto, che il giudice dell’esecuzione, nell’ambito dei poteri attribuitigli dall’art. 175 c.p.c., richiamato dall’art. 484 c.p.c., possa rilevare d’ufficio il carattere vessatorio delle clausole di un contratto di finanziamento, come rileva l’inesistenza, genetica o sopravvenuta, del titolo esecutivo. L’indebito accostamento delle fattispecie sarebbe in contrasto con i principi del giusto processo: altro è il caso in cui il giudice dell’esecuzione rilevi l’inesistenza del titolo, altro è quello in cui ne metta in discussione il fondamento.

Appunto perché il compito del giudice dell’esecuzione consiste nel dare attuazione al diritto risultante dal titolo esecutivo, quale che sia l’intensità dell’accertamento che assiste quest’ultimo, si è da tempo dubitato della possibilità di applicare i principi e le regole del processo esecutivo alla attuazione dei provvedimenti di affidamento dei minori (v. Sull’esecuzione dei provvedimenti di affidamento della prole, in Atti del Convegno Persona e unità familiare, Napoli, 1985, 460). Non è sembrato ragionevole non solo che l’attuazione di questi provvedimenti sia affidata alla iniziativa di parte, come avviene nel processo esecutivo, ma soprattutto che il giudice incaricato della attuazione debba assumere per «certo» il provvedimento e non possa esercitare alcun potere per modificarlo o, addirittura, revocarlo. Quanto sostenuto quasi quaranta anni addietro ha trovato consenso nella giurisprudenza ed ora anche nell’art. 473 bis.38 c.p.c., per il quale l’attuazione dei provvedimenti di affidamento dei minori è attribuita allo stesso giudice che li ha emanati e che ha anche il potere di modificarli e revocarli.

Il giudice dell’esecuzione, invece, si ripete, deve considerare «certo» il diritto risultante dal titolo, quale che sia la stabilità o l’intensità dell’accertamento che assistono quest’ultimo.

Non mancano, tuttavia, casi nei quali siano attribuiti al giudice dell’esecuzione poteri cognitivi.

In base al plurinovellato art. 548, comma 1, c.p.c., infatti, il giudice dell’esecuzione può assegnare il credito «nei termini indicati dal creditore» anche nel caso di silenzio del terzo debitor debitoris «se l'allegazione del creditore consente l'identificazione del credito o dei beni di appartenenza del debitore in possesso del terzo». In base alla giurisprudenza formatasi sui testi anteriori alle novelle, si riteneva che il giudice dell’esecuzione, privo di poteri cognitivi, di fronte al rifiuto del terzo di rendere la dichiarazione non poteva assegnare il credito, ma che il terzo, che aveva colpevolmente taciuto, era esposto alla condanna alle spese, anche ai sensi dell’art. 96 c.p.c., all’esito del giudizio di accertamento del credito.

La questione relativa alla sussistenza di poteri cognitivi del giudice dell’esecuzione rileva anche in relazione alla determinazione della liquidità del credito. Si discute, infatti, se possano essere considerati «liquidi» i crediti di lavoro accertati dal giudice della cognizione e determinati con rinvio alla retribuzione dovuta. Si afferma che «la sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di quanto dovuto al lavoratore a seguito dell’accertamento dell’illegittimità della risoluzione del rapporto di lavoro, non può considerarsi titolo esecutivo se non quando consenta la determinazione degli importi dovuti o perché già indicati nel proprio testo, o perché comunque determinabili agevolmente in base agli elementi numerici contenuti nel testo attraverso operazioni aritmetiche elementari, oppure predeterminati per legge, senza fare ricorso ad elementi numerici ulteriori che non risultino dal testo della pronuncia»: così Cass. 28 aprile 2010, n. 10164; e che «la sentenza che condanna il datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione costituisce di per sé titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell’obbligazione, la somma stessa sia tuttavia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico»: così Cass. 21 novembre 2006, n. 24649.

Si è anche ritenuto che  «il provvedimento sul mantenimento della prole, provvisorio o definitivo, che condanna il genitore non affidatario a pagare, sia pure pro quota, le spese mediche e scolastiche ordinarie, costituisce titolo esecutivo»: così Cass. 23 maggio 2011, n. 11316.

I poteri cognitivi appena indicati, tuttavia, sono diretti alla interpretazione del titolo, non a verificarne la validità o l’efficacia.

Basti ricordare che un orientamento giurisprudenziale risalente negava efficacia di titolo esecutivo agli atti pubblici contenenti contratti di finanziamento, quando l’ammontare del credito non risultava dal testo dell’atto, ma, poiché il debitore aveva già pagato alcune rate ed occorreva comunque conteggiare gli interessi maturati, la sua determinazione richiedeva la consultazione di altri documenti.

La questione relativa alla sussistenza di poteri cognitivi del giudice dell’esecuzione assume rilevanza anche in relazione alla determinazione degli strumenti per l’attuazione degli obblighi di fare e di disfare, che è stata oggetto di un Dialogos il 17 marzo 2017, ma non è pervenuta alle Sezioni Unite: si discute sui rimedi esperibili contro il provvedimento del giudice dell’esecuzione; se esso possa essere oggetto di opposizione agli atti esecutivi ovvero se esso integri o si sostituisca al titolo esecutivo e, quindi, sia appellabile.

Appare collegata a tale questione, l’applicazione del novellato art. 614 bis, commi 2 e 3, c.p.c., nella parte in cui consente alla parte che non abbia chiesto al giudice della cognizione l’applicazione di misure coercitive di chiederle al giudice dell’esecuzione. La previsione normativa apre nuovi orizzonti, collegati anche alle questioni poste dalla Corte UE.

In riferimento a questa ipotesi, occorre prescindere dai casi nei quali le misure coercitive siano dirette a stimolare l’adempimento di prestazioni infungibili. In queste ipotesi un giudice dell’esecuzione non c’è. Ai sensi degli artt. 2910, 2930, 2931 e 2933 c.c., il petitum della azione esecutiva può essere il pagamento di una somma di danaro, la consegna di un bene mobile, il rilascio di un bene immobile o l’attuazione di prestazioni fungibili ovvero di prestazioni che possono essere eseguite da un soggetto diverso dall’obbligato. Al di fuori di questi oggetti, non c’è azione esecutiva e non c’è un giudice della esecuzione. In riferimento a questi casi, il riferimento al giudice dell’esecuzione contenuto nella norma novellata può essere inteso soltanto come una disposizione attributiva di competenza: la parte che non ha chiesto l’applicazione delle misure coercitive al giudice della cognizione, può chiederle al giudice che sarebbe stato giudice dell’esecuzione, se la prestazione fosse stata fungibile.

Qualora, invece, il «provvedimento di condanna all'adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro» sia suscettibile di esecuzione nelle forme previste dal terzo libro del codice ai sensi degli artt. 2930, 2931 o 2933 c.c., l’esercizio della azione esecutiva è possibile. In questa ipotesi, un giudice della esecuzione esiste e, ad esso, il creditore procedente può chiedere, in luogo della realizzazione coattiva della prestazione di consegnare, di rilasciare o di fare, l’applicazione di misure coercitive. In questa ipotesi, il giudice dell’esecuzione esercita poteri cognitivi, analoghi a quelli che gli sono attribuiti per la determinazione delle modalità dell’esecuzione ai sensi dell’art. 612 c.p.c., a tal fine espressamente richiamato.

Sennonché, queste ipotesi, nelle quali il giudice dell’esecuzione esercita poteri cognitivi, sono funzionali all’attuazione del diritto risultante dal titolo, che, per il giudice dell’esecuzione, è sempre «certo».

Il sistema della esecuzione forzata, in base all’ordinamento positivo vigente in Italia, è nel senso che il compito del giudice della esecuzione consiste nella realizzazione coattiva del diritto risultante dal titolo, che, per lui, è «certo», quale che sia l’intensità dell’accertamento che lo sorregge.

In questa prospettiva, la ricezione della lettera del dispositivo della sentenza della Corte UE, nella parte in cui si riferisce ai poteri ufficiosi del giudice dell’esecuzione, implicherebbe un completo sovvertimento del sistema, una modificazione della struttura e della funzione del processo esecutivo.

La soluzione, infatti, dovrebbe essere accolta non soltanto nel caso in cui il giudice dell’esecuzione dubiti del carattere vessatorio delle clausole di un contratto di finanziamento posto a fondamento di un decreto ingiuntivo non opposto, ma anche in ogni ipotesi in cui dubiti della validità di un contratto e la questione della nullità di esso sia rimasta assorbita nel giudizio di cognizione. Non sarebbe coerente consentire al giudice dell’esecuzione di rifiutare la realizzazione coattiva del diritto risultante dal titolo soltanto quando rilevi una nullità di protezione a favore del consumatore.

Interpretato alla lettera, il dispositivo della decisione della Corte europea condurrebbe ad una indebita ingerenza nello spazio riservato agli stati: significherebbe che la Corte del Lussemburgo avrebbe indicato non soltanto l’obiettivo, ma anche la strada per perseguirlo.

Come si è rilevato, tuttavia, le Sezioni Unite hanno il compito di stabilire se possa essere ancora contestato il carattere abusivo delle clausole di un contratto di finanziamento posto a fondamento di un decreto ingiuntivo non opposto; la Corte europea ha indicato la meta; il percorso da seguire è rimesso ai singoli stati.

Appare ragionevole dubitare che, a tal fine, sia necessario sovvertire completamente la struttura e la funzione del processo esecutivo. Le esigenze di tutela del «consumatore» potrebbero ritenersi soddisfatte dalla possibilità di proporre opposizione alla esecuzione anche qualora non abbia proposto opposizione contro il decreto ingiuntivo.

3. Giudicato e cognizione sommaria.
In relazione a questo diverso profilo, assume rilevanza la questione dei limiti oggettivi del giudicato, sulla quale è stata orientata la prevalente attenzione, ma dalla quale appare corretto prescindere in riferimento alla attribuzione di poteri cognitivi al giudice della esecuzione.

La questione è stata anche recentemente considerata nell’ambito delle discussioni sulla natura del procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. Ai sensi dell’art. 702 ter c.p.c., comma 5, c.p.c., il giudice, «omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti in relazione all'oggetto del provvedimento richiesto e provvede con ordinanza all'accoglimento o al rigetto delle domande». Ai sensi dell’art. 702 quater, comma 1, c.p.c., «l’ordinanza emessa ai sensi del sesto comma dell'articolo 702 ter produce gli effetti di cui all’articolo 2909 del codice civile». In base alla seconda disposizione, si è ritenuto che la cognizione sia piena; in base alla prima, il procedimento sommario di cognizione è stato qualificato come una ennesima fattispecie di cognizione sommaria.

Contro l’interpretazione letterale dell’art. 702 quater, c.p.c. è stata richiamata la risalente tradizione, per la quale l’accertamento «ad ogni effetto tra le parti, il loro eredi o aventi causa» può essere soltanto il risultato di una cognizione piena, che questa è tale soltanto in un processo con regole predeterminate e che il processo «giusto», ai sensi dell’art. 111 Cost., è quello «regolato dalla legge». È apparsa corretta, coerente con il sistema e con i valori deducibili dalla Costituzione una interpretazione sistematica dell’art. 702 quater, comma 1, c.p.c., per la quale occorre comunque determinare i limiti oggettivi dell’accertamento contenuto nell’ordinanza conclusiva del procedimento sommario e che questi non coincidono con quelli di una sentenza emessa a conclusione di un processo «regolato dalla legge».

Il procedimento sommario di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. è destinato ad essere sostituito, senza rimpianti, dal «procedimento semplificato di cognizione» di cui agli artt. 281 decies ss. c.p.c., ma le polemiche suscitate dai tentativi di estendere l’ambito di applicazione del primo hanno rinverdito il dibattito sui rapporti tra cognizione piena e cognizione sommaria e sugli effetti dei provvedimenti che definiscono l’una e l’altra specie di procedimenti.

Le espressioni «normativa senza giudizio», «preclusione pro judicato», «accertamento con prevalente funzione esecutiva», sono indicative delle differenze tra gli effetti che possono essere conseguiti all’esito di un processo con regole predeterminate e dei procedimenti il cui svolgimento è affidato all’estro del giudice.

In questa prospettiva, la ricorrente affermazione, acriticamente ripetuta nelle motivazioni e riprodotta nelle massime, per la quale il giudicato assiste tutti i provvedimenti, quali che siano le forme del procedimento, appare uno slogan privo di fondamento e fonte di ragionevoli dubbi di legittimità costituzionale.

Anche in base ai risalenti insegnamenti, appare corretto ritenere che, nell’ordinamento positivo vigente unitariamente considerato, soltanto i provvedimenti emessi all’esito di un processo regolato dalla legge possono contenere un accertamento che fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa e possono, quindi, rendere incontestabile il dedotto ed il deducibile; soltanto per questi provvedimenti, può ritenersi che si formi un giudicato implicito.

A tal fine, appare sufficiente negare, in base alla lettera della disposizione, l’applicazione dell’art. 2909 c.c. al decreto ingiuntivo non opposto. Oppure si potrebbe ricorrere ad una interpretazione sistematica della disposizione, speculare rispetto a quella dell’art. 37 c.p.c., novellato dall’art. 3, comma 2, lett. a), d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 149. Nel testo anteriore alla riforma, questa disposizione ammetteva la possibilità di rilevare o di eccepire il difetto di giurisdizione «in ogni stato e grado del processo», ma la giurisprudenza ha ritenuto che, per effetto della decisione sul merito in primo grado, sulla questione si formi il giudicato implicito e sia, quindi, necessario uno specifico motivo di impugnazione: Cass., sez. un., 9 ottobre 2008, n. 24883. L’art. 2909 c.c. stabilisce che «l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa»; qualora si voglia prescindere dalla lettera in relazione alla espressione «sentenza passata in giudicato», sembra necessario superarla anche in relazione alla espressione «fa stato» ed escludere che si possa formare un giudicato implicito per i provvedimenti resi a cognizione sommaria.

L’accertamento contenuto nei provvedimenti emanati a conclusione di procedimenti a cognizione sommaria può «fare stato» nel senso di rendere stabile il diritto che ne costituisce l’oggetto, ma è opinabile che copra anche il deducibile.

4. Giudicato e procedimento per ingiunzione.
I superiori rilievi possono essere ribaditi in relazione al decreto ingiuntivo.

Questo è pronunciato all’esito di un procedimento inaudita altera parte. Il rigetto della domanda non ne impedisce, ai sensi dell’art. 640, comma 3, c.p.c., la riproposizione.

La vigente disciplina del procedimento per ingiunzione cumula vuoi la tradizione del procedimento monitorio puro, vuoi di quello documentale: vuoi i casi nei quali il provvedimento è pronunziato sulla base della mera affermazione del credito resa da un soggetto qualificato (professionisti, imprenditori, banche, enti pubblici, etc.), vuoi quelli in cui è pronunziato in base ad effettive prove scritte, utilizzabili anche nell’ambito di giudizi a cognizione piena ed esauriente.

La disciplina positiva non si riferisce ad un diritto «certo», né attribuisce al giudicante alcun potere di accertamento del diritto di credito fatto valere; gli richiede soltanto la verifica delle condizioni e dei presupposti di volta in volta previsti per la pronuncia del provvedimento di condanna. Negli articoli da 633 a 656 del vigente codice di rito, non si attribuisce al giudice alcun potere di accertamento del diritto, né si richiede l’esistenza di un diritto «certo».

Per la pronuncia del decreto, vuoi nei casi in cui il ricorso si fondi sulla mera affermazione del credito di un soggetto qualificato, vuoi in quelli in cui si fondi su prove scritte, e per la concessione della provvisoria esecuzione ai sensi dell’art. 642, comma 1, c.p.c., il giudice non ha il compito di accertare l’esistenza o la verosimiglianza del diritto, ma provvede in base alla sussistenza dei presupposti formali previsti dalla legge.

Esclusivamente ai fini della valutazione della concessione della provvisoria esecuzione ai sensi dell’art. 642, comma 2, c.p.c. sussiste un potere di cognizione sommaria del diritto nell’ambito della prima fase del procedimento monitorio. Il che ha suscitato dubbi di legittimità costituzionale.

Se si prescinde dalle massime tralaticie, appare ragionevole dubitare che il decreto ingiuntivo abbia l’autorità del giudicato sul deducibile. In base all’art. 640 c.p.c., l’attribuzione ad esso dell’efficacia del giudicato sarebbe comunque secundum eventum. Altro è la stabilità del credito, altro è il giudicato implicito ovvero il giudicato sui presupposti o sui rapporti pregiudiziali.

Si ritiene, infatti, che il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo abbia il potere di rilevare d’ufficio la nullità della deliberazione condominiale posta a fondamento del decreto opposto, che l’opponente possa eccepirla e che non sia tenuto, a tal fine, a dedurre uno specifico motivo di opposizione: Cass., sez. un., 14 aprile 2021, n. 9839. Non appare diverso il caso in cui il decreto sia fondato su un contratto di finanziamento nullo per la natura vessatoria delle clausole, cosicché, nell’una e nell’altra ipotesi, il richiamo al giudicato implicito si manifesta fuor di luogo.

Il confronto con l’ingiunzione europea per la tutela dei crediti transfrontalieri di cui al Reg. CE 21 dicembre 2006, n. 1896, fornisce ulteriori argomenti per negare che il decreto ingiuntivo non opposto realizzi i medesimi effetti di una sentenza emessa all’esito di un processo a cognizione piena. Prescindendo dai presupposti e dalle condizioni per utilizzare questo strumento di tutela, basti ricordare che, ai sensi dell’art. 16, comma 3, del regolamento, l’intimato che contesta il credito non è tenuto ad indicare le ragioni della opposizione e, ai sensi dell’art. 17, comma 1, «il procedimento prosegue dinanzi ai giudici competenti dello Stato membro d’origine applicando le norme di procedura civile ordinaria, a meno che il ricorrente non abbia esplicitamente richiesto in tal caso l’estinzione del procedimento».

In relazione a questa disciplina, il più autorevole collegio della Corte  ha emesso i seguenti principi di diritto: «… qualora l’ingiunzione emessa dal giudice italiano venga opposta dal debitore ingiunto a norma dell’art. 16 del Regolamento ed il creditore abbia chiesto all’atto della domanda di emissione dell’ingiunzione Europea oppure prima della sua emissione che il processo, per il caso di opposizione, prosegua secondo la disciplina della procedura civile ordinaria, si deve ritenere che, nella situazione di mancato esercizio da parte dello Stato Italiano del potere di dettare una disciplina delle modalità della prosecuzione, quest’ultima sia regolata direttamente dalle disposizioni emergenti dall’art. 17 del Regolamento ed al lume del Considerando 24 di esso, con la conseguenza che la regola per la prosecuzione si rinviene reputando spettante al giudice italiano che emise l’ingiunzione, all’atto della comunicazione al creditore della proposizione dell’opposizione ai sensi del paragrafo 3 dell’art. 17, il potere di fissare un termine al medesimo creditore invitandolo ad introdurre la tutela secondo la disciplina processuale civile ordinaria secondo la forma che egli individuerà in base alla disciplina processuale italiana ed in relazione alla natura della situazione giuridica creditoria azionata con la domanda ingiuntiva, restando escluso il potere del giudice di procedere a tale individuazione. L’inosservanza del termine sarà regolata dal secondo inciso dell’art. 307 c.p.c., comma 3, e produrrà l’estinzione del giudizio. Per effetto della prosecuzione del giudizio con la forma di introduzione dell’azione individuata dal creditore, la litispendenza resterà ricollegata alla proposizione, cioè al deposito, della domanda di ingiunzione Europea».

Non vi sono ragioni per attribuire una efficacia diversa alla ingiunzione europea e al decreto ingiuntivo italiano. Questi provvedimenti, se non opposti, rendono «certo» il credito, ma non «fanno stato» anche sui presupposti del rapporto al quale esso accede.

La tralaticia affermazione, riprodotta nella massima, per la quale il decreto ingiuntivo non opposto equivale ad una sentenza emessa a conclusione di un processo a cognizione piena passata in giudicato, implica una verifica, caso per caso, delle specifiche fattispecie. Essa assume rilevanza ai fine del decidere soltanto nel caso in cui un decreto ingiuntivo non opposto sia esibito in un secondo processo e si pretenda che esso «faccia stato» sul rapporto giuridico al quale il credito accede. Al di fuori di queste ipotesi, può essere considerata un mero obiter dictum o uno slogan, inidoneo a costituire precedente,

Sarebbe necessario anche un confronto con gli effetti della ordinanza ingiunzione di cui al 186 ter c.p.c.

Sembra ragionevole dubitare che il decreto ingiuntivo non opposto realizzi gli effetti del giudicato non soltanto su quanto dedotto, ma anche sul deducibile. Appare anche ragionevole dubitare che una tale affermazione, pur acriticamente ripetuta, sia compatibile con i principi del giusto processo di cui all’art. 111 Cost.

A ben vedere, una risposta alla Corte UE potrebbe essere resa senza stravolgere i principi ed i valori dell’ordinamento positivo vigente.

Questo consente di escludere che il decreto ingiuntivo non opposto copra anche quanto avrebbe potuto essere dedotto ma non lo è stato e, quindi, di prescindere da ogni questione relativa al superamento del giudicato implicito. Per consentire al debitore esecutato di contestare la natura vessatoria delle clausole del contratto di finanziamento in base al quale è stato pronunciato il decreto ingiuntivo, appare sufficiente negare che il giudicato implicito assista anche il decreto ingiuntivo non opposto.

In questa prospettiva, si può dubitare non solo della correttezza, ma anche della utilità della proposta di aggiungere nel dispositivo dei decreti ingiuntivi una formula di stile per la quale il ricorso è accolto ed il decreto è pronunciato, valutata la non vessatorietà delle clausole del contratto di finanziamento. Non sembra che le esigenze di tutela del consumatore, ricordate dalla Corte UE, possano essere soddisfatte con l’aggiunta di una formuletta prestampata. E, soprattutto, questa non appare necessaria per negare la sussistenza di un giudicato implicito.

La situazione sarebbe diversa, qualora fosse imposto al giudice della fase sommaria del procedimento per ingiunzione di verificare la non vessatorietà delle clausole, come affermato, in relazione alla ingiunzione europea, dalla Corte UE con la sentenza del 19 dicembre 2019, nelle cause riunite C-453/18 e C-494/18.

In riferimento alla questione della quale ora si discute, tuttavia, il risultato non cambia, perché occorre comunque stabilire cosa succede se questa verifica non viene compiuta ed occorre anche individuare i rimedi a disposizione del debitore nel caso in cui questi non condivida la valutazione compiuta dal giudice inaudita altera parte nella fase sommaria.

Si manifesta più semplice e coerente con le regole, con i principi e con i valori dell’ordinamento positivo vigente, unitariamente considerato, negare che il decreto ingiuntivo non opposto possa contenere un giudicato implicito ovvero che l’accertamento in esso contenuto copra il dedotto ed il deducibile, ritenere che l’accertamento della natura vessatoria delle clausole di un contratto di finanziamento debba essere compiuto nelle forme della cognizione piena e che il consumatore – debitore possa provocarlo con l’opposizione alla esecuzione o con un’autonoma azione di cognizione.

Anche la proposta di allargare gli spazi della opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c. suscita perplessità. L’opposizione tardiva, infatti, presuppone che l’intimato non abbia avuto tempestiva conoscenza del decreto «per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore». Nell’ipotesi considerata, invece, il debitore-consumatore ha avuto conoscenza del decreto, ma, consapevolmente, non ha proposto opposizione.

La Corte europea vuole che, in questo caso, sia riconosciuto al consumatore – debitore esecutato la facoltà di contestare ancora il carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento in base al quale è stato chiesto ed è stato pronunciato il decreto ingiuntivo.

Si è rilevato che questo risultato non richiede necessariamente l’attribuzione di poteri cognitivi al giudice dell’esecuzione. Appare anche ragionevole dubitare che esso implichi l’uso di escamotage per superare gli effetti del giudicato implicito oppure per rimettere in termini il consumatore.

In questa prospettiva, non sembra possa neppure invocarsi l’orientamento che ammette l’opposizione alla esecuzione e l’opposizione agli atti nei procedimenti esecutivi fondati su titoli esecutivi di natura amministrativa o tributaria, irregolarmente o invalidamente notificati: Cass., sez. un. 5 giugno 2017, n. 13913. Come per l’opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c., si ammette la contestazione del diritto a procedere ad esecuzione forzata o la validità degli atti esecutivi, perché il titolo non è stato portato validamente a conoscenza del debitore; e si ritiene anche che il rimedio vada comunque esperito nei termini previsti per l’opposizione o l’impugnazione prevista in sede di cognizione: Cass. sez. un, 22 settembre 2017, n. 22080.

A ben vedere, anche la possibilità che il consumatore – debitore esecutato proponga opposizione alla esecuzione per dedurre la natura vessatoria delle clausole di un contratto di finanziamento posto a fondamento di un decreto ingiuntivo non opposto non implica necessariamente un sovvertimento del sistema, ma potrebbe essere ammessa riconoscendo, come impongono i principi del giusto processo e come ritengono per lo più gli studiosi del processo civile, che la stabilità del decreto ingiuntivo non opposto non coincide con quella di una sentenza resa all’esito di un processo a cognizione piena.

5. Giudicato ed esercizio di autonome azioni di cognizione.
La negazione della possibilità che un giudicato implicito si formi anche all’esito di procedimenti a cognizione sommaria apre la strada alla possibilità dell’esercizio di azioni di indebito oggettivo e per il risarcimento dei danni.

In tal caso, tuttavia, appare necessario distinguere le iniziative dirette a contestare il provvedimento giurisdizionale che si assume ingiusto, prescindendo dagli specifici rimedi di volta in volta previsti, da quelle che, senza porre in discussione il provvedimento, tendono alla restaurazione dell’ordine economico che si assume violato.

L’opposizione alla esecuzione fondata sul carattere vessatorio delle clausole poste a fondamento del decreto ingiuntivo non opposto tende a contestare il diritto a procedere ad esecuzione forzata in base ad un titolo esecutivo che si assume invalido e, quindi, a far venir meno quest’ultimo. Il suo accoglimento implica la negazione del credito oggetto del decreto ingiuntivo non opposto.

Se il decreto ingiuntivo non opposto non implica alcun giudicato implicito sulla validità delle clausole del contratto di finanziamento in base al quale è stato pronunciato, appare anche possibile ammettere che il debitore – consumatore, dopo il pagamento, spontaneo o forzato, eserciti un’azione di indebito oggettivo ai sensi degli artt. 2033 ss. c.c. oppure che chieda il risarcimento dei danni derivanti dall’esecuzione ingiusta, ai sensi dell’art. 2043 c.c. In tal caso, però, gli effetti del decreto ingiuntivo non opposto dovrebbero essere fatti salvi, perché il provvedimento, non contestato in alcuna sede, ha attribuito stabilità al diritto di credito.

Anche prescindendo dalla questione relativa alla sussistenza di un giudicato implicito, l’ammissibilità di un’azione risarcitoria o di indebito oggettivo potrebbe essere dichiarata sulla traccia indicata da Cass. 17 settembre 2013, n. 21255: l’ingiustizia del provvedimento potrebbe essere accertata incidenter tantum; l’indebito o il danno troverebbero la propria fonte esclusivamente nel pagamento in base alle clausole vessatorie del contratto di finanziamento.

6. Giudicato e cognizione piena.
La questione rimessa, nell’interesse della legge, alla decisione del più autorevole collegio della Corte, si presenta diversa, qualora il titolo esecutivo sia una sentenza resa all’esito di un processo a cognizione piena.

Appare ragionevole dubitare che, in questo caso, nel processo esecutivo, vi siano ancora spazi per rilevare o per dedurre la natura vessatoria delle clausole del contratto di finanziamento ovvero per dubitare della sua validità.

Una traccia può essere tratta dalla pronuncia delle stesse Sezioni Unite sulla nullità dei contratti: Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242.

In quella occasione, nel § 7.1. della motivazione, la Corte ha rilevato che «(1) il giudice ha l’obbligo di rilevare sempre una causa di nullità negoziale; (2) il giudice, dopo averla rilevata, ha la facoltà di dichiarare nel provvedimento decisorio sul merito la nullità del negozio (salvo i casi di nullità speciali o di protezione rilevati e indicati alla parte interessata senza che questa manifesti interesse alla dichiarazione) e rigettare la domanda — di adempimento, risoluzione, annullamento, rescissione —, specificando in motivazione che la ratio decidendi della pronuncia di rigetto è costituita dalla nullità del negozio, con una decisione che ha attitudine a divenire cosa giudicata in ordine alla nullità negoziale; (3) il giudice deve rigettare la domanda di adempimento, risoluzione, rescissione, annullamento senza rilevare — né dichiarare — l’eventuale nullità, se fonda la decisione sulla base dell’individuata ragione più liquida: non essendo stato esaminato, neanche incidenter tantum, in tema della validità del negozio, non vi è alcuna questione circa (e non si forma alcun giudicato sul)la nullità; (4) il giudice dichiara la nullità del negozio nel dispositivo della sentenza, dopo aver indicato come tema di prova la relativa questione, all’esito della eventuale domanda di accertamento (principale o incidentale) proposta da una delle parti, con effetto di giudicato in assenza di impugnazione; (5) il giudice dichiara la nullità del negozio nella motivazione della sentenza, dopo aver indicato come tema di prova la relativa questione, in mancanza di domanda di accertamento (principale o incidentale) proposta da una delle parti, con effetto di giudicato in assenza di impugnazione; (6) in appello e in Cassazione, in caso di mancata rilevazione officiosa della nullità in primo grado, il giudice ha sempre facoltà di rilevare d’ufficio la nullità».

Con specifico riferimento alla ipotesi considerata, ciò significa che la questione relativa alla natura vessatoria delle clausole dei contratti di finanziamento, sebbene sia un caso di nullità di protezione, deve e può essere rilevata d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo, che il consumatore la può dedurre, senza soffrire alcuna preclusione, e, quindi, può dedurla nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, anche nel caso in cui non abbia costituito uno specifico motivo di opposizione, che il mancato rilievo della questione nei gradi di merito è causa di nullità della sentenza, rilevabile anche d’ufficio in sede di legittimità.

L’applicazione del dispositivo della sentenza della Corte UE, in sintonia con l’orientamento della giurisprudenza nazionale in tema di nullità dei contratti, impone il superamento di tutte le barriere formali al rilievo o alla eccezione relativi alla natura vessatoria delle clausole dei contratti di finanziamento.

Induce, tuttavia, a ritenere che, a processo concluso, se il carattere vessatorio delle clausole dei contratti di finanziamento non è stato eccepito o rilevato, la questione è coperta dal giudicato implicito, ai sensi dell’art. 2909 c.c. e non può più, in alcuna sede, essere eccepita o rilevata.

In base alle indicazioni della Corte europea, la questione relativa alla natura vessatoria delle clausole dei contratti di finanziamento dovrebbe essere considerata una questione che richiede un accertamento pieno e non può essere accertata incidenter tantum.

7. Conclusioni.
Le giuste risposte richiedono la formulazione delle giuste domande. Si è messo in evidenza che vuoi il quesito posto dalla ordinanza di rimessione del Tribunale di Milano, vuoi il dispositivo della Corte UE siano fuorvianti ed abbiano, in parte, alterato il dibattito.

Appare ragionevole dubitare che il bilanciamento tra le esigenze di certezza e di stabilità dei rapporti giuridici e la tutela del debitore - consumatore implichino di verificare se la normativa europea sia in contrasto con quella nazionale, che «preclude al giudice dell’esecuzione di effettuare un sindacato intrinseco di un titolo esecutivo giudiziale passato in giudicato e che preclude allo stesso giudice … di superare gli effetti del giudicato implicito»; e se la stessa sia in contrasto con la disciplina interna che «prevede che, qualora un decreto ingiuntivo emesso da un giudice su domanda di un creditore non sia stato oggetto di opposizione proposta dal debitore, il giudice dell’esecuzione non possa — per il motivo che l’autorità di cosa giudicata di tale decreto ingiuntivo copre implicitamente la validità delle clausole del contratto che ne è alla base, escludendo qualsiasi esame della loro validità — successivamente controllare l’eventuale carattere abusivo di tali clausole».

Sembra corretto ritenere che la risposta alla Corte europea possa prescindere dalle questioni relative al giudicato implicito e possa essere resa in riferimento alla sostanza del problema, ovvero al bilanciamento tra le esigenze prima indicate.

In questa prospettiva, può essere utile ipotizzare le alternative che si aprono al più autorevole collegio della Corte.

In primo luogo, le Sezioni Unite possono assumere una decisione pilatesca e non decidere. Sebbene siano state investite dalla Procura Generale, ai sensi dell’art. 363 c.p.c., potrebbero rilevare che la fattispecie posta all’esame non consente di affrontare la questione. Nel caso specifico, infatti, oggetto di discussione è la validità del progetto di distribuzione, successivo alla vendita forzata del bene. Non è più in discussione la tutela del consumatore – debitore esecutato. Nella esperienza dei Dialogoi, non sono mancate decisioni deludenti in questo senso: dopo il Dialogos del 15 luglio 2014 sul rito speciale sui licenziamenti, Cass., sez.un., 31 luglio 2014, n. 17443, non entrò nel merito delle diverse e complesse questioni discusse, perché oggetto della decisione era soltanto il regolamento di competenza. I frutti del vivace dibattito nell’ambito del Dialogos furono, poi, recuperati da Cass. 13 giugno 2016, n. 12094, e da Cass. 12 agosto 2016, n. 17091.

In secondo luogo, la Corte potrebbe disattendere le indicazioni della Corte UE, esporre l’Italia a sanzioni e rimettere il problema al legislatore, affinché introduca una specifica ipotesi di revocazione contro il decreto ingiuntivo emesso senza considerare il carattere vessatorio delle clausole dei contratti di finanziamento. In attuazione dell’art. 1, comma 10, l. 26 novembre 2021, n. 206, l’art. 3, comma 28, lett. o), d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 149, ha aggiunto l’art. 391 quater c.p.c. sulla «revocazione per contrarietà alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo». Con l’ordinanza 20 agosto 2022, n. 25503, le Sezioni Unite hanno posto fine ad una vicenda che ha coinvolto la stessa Corte di legittimità, il Consiglio di Stato, il Giudice delle leggi e la Corte europea. Il caso ha attirato l’attenzione degli studiosi ed è stato oggetto di un intenso dibattito, nell’ambito del quale è stata rimesso in discussione anche il ruolo della giurisdizione amministrativa. Nell’ambito degli ampi poteri di coordinamento, il legislatore delegato avrebbe potuto introdurre anche un’ipotesi di revocazione per violazione delle norme europee. Non lo ha fatto. Le Sezioni Unite potrebbero sollecitare il legislatore a farlo.

In terzo luogo, le Sezioni Unite potrebbero ritenere non manifestamente infondati i dubbi di legittimità costituzionale relativi agli artt. 474 e 484 c.p.c. e 2909 c.c. nella parte in cui non consentono, nel processo esecutivo, al giudice di rilevare d’ufficio e al debitore consumatore di contestare, in violazione dell’art. 24 Cost., la natura vessatoria delle clausole del contratto di finanziamento posto a fondamento del provvedimento di cognizione costituente titolo esecutivo.

In quarto luogo, le Sezioni Unite potrebbero ritenere non manifestamente infondati i dubbi di legittimità costituzionale relativi alle disposizioni che vincolano l’Italia al rispetto delle norme europee. Potrebbero richiamare Corte cost. 22 ottobre 2014, n. 238, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimi l’art. 3 della legge di ratifica e l’art. 1 l. 17 agosto 1957, n. 848, «nella parte in cui obbliga il giudice italiano ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 3 febbraio 2012, che gli impone di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona». In tal caso, il diritto del creditore munito di titolo esecutivo sarebbe considerato «diritto inviolabile della persona».

In quinto luogo, le Sezioni Unite potrebbero affermare la necessità che, nei decreti ingiuntivi emessi in base a contratti di finanziamento, si affermi espressamente che è stato considerato il carattere non vessatorio delle clausole.

In sesto luogo, le Sezioni Unite potrebbero allargare gli spazi della opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c.

In settimo luogo, le Sezioni Unite potrebbero sovvertire la struttura e la funzione del processo esecutivo ed attribuire al giudice dell’esecuzione poteri cognitivi.

In ottavo luogo, in base alla distinzione tra accertamento compiuto all’esito dei processi a cognizione piena e a cognizione sommaria, le Sezioni Unite potrebbero riconoscere al debitore esecutato la facoltà di contestare, con l’opposizione alla esecuzione o con una distinta azione di nullità, in funzione dei diversi effetti sopra indicati, il carattere vessatorio delle clausole del contratto di finanziamento, posto a fondamento del decreto ingiuntivo non opposto, e potrebbero anche riconoscere, nell’ambito dei processi a cognizione piena, al giudice il potere di rilevare d’ufficio e al consumatore debitore la facoltà di contestare, senza preclusione alcuna, il carattere vessatorio delle clausole dei contratti di finanziamento.

Per le ragione sinteticamente e superficialmente indicate, soltanto l’ultima soluzione appare idonea a bilanciare l’esigenza di stabilità dei rapporti giuridici con quelle di tutela del consumatore e a conciliare le indicazioni della Corte UE con il sistema vigente, senza sovvertirlo.

La decisione è rimessa al più autorevole collegio della Corte di cassazione, mentre ogni opinione sulla questione è destinata a disperdersi nel tempo come lacrime nella pioggia (Blade runner).

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 [*] Queste pagine sono la base degli interventi ai convegni del 28 settembre 2022, a Foggia, per iniziativa della Università e dell’Ordine degli Avvocati, «La tutela del consumatore esecutato in prospettiva europea», e del 20 dicembre 2022, a Lecce, per iniziativa della Formazione decentrata della Scuola Superiore della Magistratura (corso D22450), della Università e dell’Ordine degli Avvocati, «Decreto ingiuntivo, tutela del consumatore e nullità di protezione». Saranno inserite negli Atti del primo convegno. In considerazione della origine orale del testo, sono omesse le note. Anche per indicazioni sull’intenso dibattito sviluppatosi sull’argomento, si rinvia a F. De Stefano, La Corte di Giustizia sceglie tra tutela del consumatore e certezza del diritto. Riflessione sulle sentenze del 17 maggio 2022 della Grande Camera della CGUE, in www.giustiziainsieme.it; E. D’Alessandro, Il decreto ingiuntivo non opposto emesso nei confronti del consumatore dopo Corte di giustizia, grande sezione, 17 maggio 2022 (cause riunite C-693/19 e C-831/19, causa C-725/19, causa C-600/19 e causa C-869/19): in attesa delle Sezioni Unite, in www.judicium; S. Caporusso, E. D’Alessandro (a cura di), Consumatore e procedimento monitorio nel prisma del diritto europeo, in Giur. it., 2022, 485; S. Caporusso, Decreto ingiuntivo non opposto e protezione del consumatore: la certezza arretra di fronte all’effettività, id., 2022, 2117; M. Stella, Il procedimento monitorio nella curvatura delle nullità di protezione consumeristiche, id., 2126; G.B. Nardecchia, L’estensione e l’efficacia del giudicato, relazione al corso P22076 della SSM; G. Parisi, Brevi note sui rapporti tra “esecuzione” e “accertamento” alla luce della più recente giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, in REF, 2022, 686; A Crivelli, Appunti sulla requisitoria del P.G. presso la Corte di Cassazione in ordine ai poteri del g.e. rispetto alle clausole abusive nei contratti con i consumatori, id., 707.

 

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