L’impugnazione del provvedimento di approvazione del piano di riparto

Commento a Cassazione civile, Sez. VI, 12 aprile 2018, n. 9175 - pres. Amendola, est. Tatangelo

Il provvedimento di chiusura del processo esecutivo a seguito di approvazione del progetto finale di distribuzione non è suscettibile d’impugnazione ai sensi dell’art. 630 c.p.c., bensì con la sola opposizione agli atti esecutivi

La sezione sesta - terza civile, con l’ordinanza 12 aprile 2018, n. 9175 (pres. Amendola, rel. Tatangelo), ha confermato i principi di diritto più volte espressi in materia di estinzione della procedura esecutiva e del regime impugnatorio dei relativi provvedimenti.
La vicenda ha origine da una pronuncia di ammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi  dopo la chiusura della procedura esecutiva in cui era stata proposta avverso il provvedimento di approvazione del paino di riparto.
Con un unico motivo di ricorso veniva adita la S.C. perché venisse censurato il provvedimento impugnato per violazione e falsa applicazione degli artt. 512, 617 e 632, nonché degli artt. 2036, 2041 cod. civ. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..
La questione, secondo la Corte nomofilattica, va risolta premettendo che la procedura esecutiva, nell’ambito della quale era stata spiegata l’opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c., si era chiusa a seguito del provvedimento di approvazione del progetto finale di distribuzione delle somme ricavate dalla vendita dei beni pignorati e non a seguito di un provvedimento dichiarativo di estinzione in senso tecnico ai sensi dell’art. 629 c.p.c..
L’estinzione del processo esecutivo, così come avviene per quello di cognizione, può essere determinata da una rinuncia agli atti esecutivi, ovvero dall’inattività delle parti.
Quanto alla rinuncia, disciplinata dall’art. 629 c.p.c., si può ritenere che abbia natura analoga all’omologo istituto previsto dall’art. 306 c.p.c.: qui oggetto di rinuncia sarà il processo esecutivo, che quindi dovrà aver avuto inizio, e pertanto l’ipotesi dovrà essere tenuta distinta dalla rinuncia al precetto, che trova la sua fonte nel diritto sostanziale, così come dalla rinuncia ai giudizi di opposizione, che hanno un diverso oggetto.
La legittimazione a compiere la rinuncia varia a seconda della fase processuale in cui essa interviene: prima dell’aggiudicazione o dell’assegnazione deve essere compiuta da tutti i creditori muniti di titolo esecutivo, anche se tardivamente intervenuti, dopo la vendita, invece, la rinuncia deve provenire da tutti i creditori concorrenti, anche se sprovvisti di titolo. In entrambi i casi la rinuncia dovrà essere effettuata dalla parte o dal suo procuratore speciale, verbalmente all’udienza o con atto sottoscritto e notificato alle altre parti: non sarà, tuttavia, mai necessaria l’accettazione del debitore, perché costui non ha alcun interesse alla prosecuzione.
L’inattività delle parti, invece, è produttiva di estinzione in due ipotesi, distintamente disciplinate dal codice di rito: la mancata prosecuzione o riassunzione del processo esecutivo nel termine perentorio stabilito dalla legge o dal giudice, prevista dall’art. 630, co. 1, c.p.c. e che si realizza nelle ipotesi di cui agli artt. 497, 547 ult. co., e 627 c.p.c., nonché 156 disp. att. c.p.c.; e la mancata comparizione di tutte le parti a due udienze, quella originaria e quella successiva fissata dal giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 631 c.p.c. (con la precisazione che non rileva la mancata comparizione all’udienza di vendita).
La l. n. 69/2009 ha modificato il comma 2 dell’art. 630 c.p.c., e con esso il regime dell’estinzione per inattività nel processo esecutivo: parallelamente a quanto introdotto per il giudizio di cognizione dal nuovo art. 307, co. 4, c.p.c. è oggi previsto che anche l’estinzione del processo esecutivo non sia più assoggettata esclusivamente all’eccezione di parte, ma che sia altresì rilevabile d’ufficio.
La somiglianza fra le due fattispecie, tuttavia, termina qui, perché l’art. 630 c.p.c. si affretta a introdurre un limite temporale per il rilievo del fatto estintivo nel processo esecutivo, sconosciuto al processo cognitivo.
La declaratoria di estinzione, infatti, deve intervenire non oltre la prima udienza successiva al verificarsi della stessa.
Ciò determina un regime meno rigido di quello previsto per il processo di cognizione, poiché nel processo esecutivo il comportamento omissivo delle parti o del giudice può far sì che il fatto estintivo, pur operando di diritto, in concreto diventi irrilevante ai fini della prosecuzione del processo.
Già aperta al rilievo d’ufficio era la fattispecie di cui al successivo art. 631 c.p.c., per il quale, a seguito di due udienze andate deserte, il giudice procede officiosamente alla declaratoria di estinzione.
Vale la pena chiedersi se vada estesa anche a tale fattispecie la decadenza prevista dall’art. 630, co. 2, c.p.c. nel caso di mancato rilievo del fatto estintivo entro l’udienza successiva al suo verificarsi.
La soluzione preferibile pare essere quella affermativa, in via di applicazione quanto meno analogica dell’intera disciplina dettata per l’ipotesi generale.
Oltre alle richiamate fattispecie di estinzione tipica, vi sono le ipotesi in cui il processo esecutivo può essere dichiarato non procedibile  quando non possa giungere al suo naturale epilogo (estinzione c.d. atipica).
Il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione dichiara l’estinzione del processo esecutivo per cause diverse da quelle c.d. tipiche e che implicano, piuttosto, la sua “improseguibilità” – come nel caso di specie – sarebbe, al più, un atto viziato del processo esecutivo impugnabile, pertanto, con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. e non con il reclamo previsto dall’art. 630 c.p.c. (Cass. Sent. nn. 30201/2008; 2674/2011; 15374/2011; 13108/2017).
Peraltro, essendo possibile contestare tale provvedimento con lo specifico rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi, deve esserne esclusa anche l’impugnabilità con ricorso in Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass. n. 24775/14).
Inoltre, dato il principio di tassatività delle ipotesi di estinzione del processo esecutivo, il comune denominatore delle figure tipiche dell’estinzione disciplinate dal codice di rito è costituito da un fatto “imputabile” ad una delle parti, ovvero dal sopravvenuto difetto di interesse all’esecuzione forzata o, ancora, dall’inadempimento di un onere di impulso o di presenza in udienza.
Nella fattispecie sottoposta all’attenzione del supremo Collegio, il giudice dell’esecuzione non aveva adottato alcun provvedimento di estinzione per cause c.d. tipiche (e, cioè, la rinuncia agli atti e l’inattività delle parti).
E’ ormai pacifico che, nell’espropriazione forzata, il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione dichiara l’estinzione del processo esecutivo per cause diverse da quelle tipiche ha natura sostanziale di atto viziato del processo esecutivo ed è, pertanto, impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.c. (rimedio tipico esperibile avverso i provvedimenti del giudice dell’esecuzione) e non con il reclamo ai sensi dell’art. 630 c.p.c. (strumento impugnatorio nel solo caso di dichiarazione di estinzione tipica), né tantomeno con il ricorso straordinario in Cassazione (Cass. Ord. 22 giugno 2017 n. 15605, Ord. 28 marzo 2018, n. 7754).
Con l’ordinanza in commento, la Corte di cassazione coglie, quindi, l’occasione per ribadire principi consolidati in punto di individuazione dei rimedi esperibili contro i provvedimenti giurisdizionali riaffermando, in particolare, l’opposizione agli atti esecutivi come rimedio generale e residuale per la contestazione dei provvedimenti del giudice dell’esecuzione, tempestiva ove proposta nel termine di legge a decorrere dalla conoscenza legale o di fatto del provvedimento impugnato (indipendentemente dal provvedimento di chiusura dell’esecuzione).

 

 

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