Commento a Tribunale, Oristano, 15 maggio 2018 - est. G. Savona

Al giudizio di divisione endoesecutivo non si applica l’art. 624-bis c.p.c.

Sommario:

1. Il caso concreto
2. La sospensione “consensuale” del processo esecutivo ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c.
3. Sospensione ex art. 624-bis c.p.c. e giudizio di divisione endoesecutivo: le due tesi contrapposte
4. Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici

 

  1. – Il caso concreto.

Nel corso di un giudizio di divisione endoesecutivo, instaurato ai sensi degli artt. 600, comma 2 e 601 c.p.c., nel quale il giudice istruttore aveva evidentemente già disposto la vendita dell’intero ex artt. 720 c.c., 591-bis, 786, 788, 790 e 791 c.p.c., stante la non comoda divisibilità del bene staggito, l’attore – creditore procedente nella procedura esecutiva immobiliare – aveva chiesto la sospensione delle vendite ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c., prospettando concrete possibilità di addivenire ad un accordo transattivo con il debitore.

Il giudice istruttore della divisione, investito della questione, è pervenuto alla soluzione negativa circa l’applicabilità della sospensione “consensuale” ex art. 624-bis c.p.c. alla divisione endoesecutiva.

A tale conclusione il Tribunale di Oristano è giunto muovendo dalla considerazione che il giudizio di divisione endoesecutivo è sì funzionalmente correlato al processo esecutivo, ma mantiene la propria autonomia soggettiva ed oggettiva, in particolare sotto il profilo della disciplina processuale.

In particolare, il giudice ha chiarito che, al di là della considerazione sistematica sopra esposta, i seguenti indici formali militano nel senso della non applicabilità della sospensione ex art. 624-bis c.p.c. alla divisione endoesecutiva:

- il richiamo operato dall’art. 788 c.p.c. alle sole disposizioni della fase di vendita (senza incanto) del processo esecutivo;

- la circostanza che l’art. 624-bis c.p.c. preveda la sospensione del processo esecutivo, laddove questo, tuttavia, è già sospeso ex art. 601 c.p.c.;

- la presenza, nel giudizio divisionale, di soggetti differenti rispetto a quelli che devono essere sentiti ai fini della sospensione ex art. 624-bis c.p.c.: mentre, infatti, ai fini della sospensione ai sensi della disposizione de qua, devono essere sentiti anche i debitori, nel giudizio di divisione sono presenti anche i comproprietari non esecutati.

Il giudice, per contro, ha ritenuto che debba trovare applicazione la disposizione di cui all’art. 296 c.p.c., a mente del quale “Il giudice istruttore, su istanza di tutte le parti, ove sussistano giustificati motivi, può disporre, per una sola volta, che il processo rimanga sospeso per un periodo non superiore a tre mesi, fissando l’udienza per la prosecuzione del processo medesimo”, per cui – preso atto che l’attore (creditore) aveva prospettato concrete possibilità di addivenire ad un accordo transattivo con il debitore, onde scongiurare la divisione giudiziale – ha considerato ricorrenti giusti motivi per disporre la sospensione del giudizio di divisione per un periodo di tre mesi.

 

  1. La sospensione “consensuale” del processo esecutivo ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c.

L’istituto in parola è stato inserito nel codice di procedura civile con la riforma di cui alla legge 14.05.2005, n. 80: l’art. 624-bis c.p.c. consente di ottenere su iniziativa dei creditori la sospensione della procedura esecutiva, per una sola volta, e fino a ventiquattro mesi.

Si tratta di uno strumento diretto a favorire un accordo transattivo nel corso del periodo di sospensione ovvero a superare una stasi del mercato immobiliare.

L’istanza deve essere formulata da tutti i creditori muniti di titolo esecutivo. Non appare peraltro necessario che la stessa provenga congiuntamente dagli stessi.

Si tratta all’evidenza di un’ipotesi di sospensione facoltativa (cioè fondata su una valutazione discrezionale del Giudice: sul punto cfr. Trib. Reggio Emilia 11/04/2012), con funzione conciliativa, di cui deve escludersi pertanto la natura cautelare.

Deve ricordarsi che, anche prima della novella, una parte della dottrina aveva ammesso l’applicabilità in via analogica al processo esecutivo dell’art. 296 c.p.c., che disciplina il medesimo fenomeno nell’ambito del processo di cognizione.

In due isolate occasioni, la giurisprudenza di merito aveva ammesso la sospensione “concordata” (cfr. Trib. Padova 02/11/1969; Trib. Torino 05/12/2002).

L’istanza di sospensione “concordata”, ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c., deve essere proposta da tutti i creditori muniti di titolo esecutivo: tale delimitazione dei soggetti legittimati deriva dalla qualificazione dell’istanza di sospensione come atto di impulso del processo esecutivo.

Secondo un orientamento pretorio, condiviso anche da una parte della dottrina, non rileva che l’intervento sia tempestivo o tardivo (Cass. 30/11/2005, n. 26088; Cass. 26/08/2014, n. 18227), mentre va negata la legittimazione dei creditori privilegiati privi di titolo esecutivo (tale interpretazione è tuttavia contestata da altra parte della dottrina).

L’audizione del debitore non è vincolante ai fini della concessione della sospensione: vi è anche chi ritiene – correttamente – che, malgrado la previsione normativa che richiede che il debitore sia “sentito”, si possa procedere senza la relativa audizione laddove dall’istanza dei soggetti legittimati sia evincibile che il debitore ha sottoscritto una transazione o un piano di rientro.

Se l’istanza è presentata da tutti i creditori legittimati e dal debitore congiuntamente, non si pone alcuna questione: la sospensione può essere senz’altro adottata con decreto; in caso contrario, il Giudice dell’esecuzione deve fissare udienza, ai sensi dell’art. 485 c.p.c., per sentire tutti coloro che potrebbero avere interesse alla prosecuzione del procedimento (ovvero tutti i creditori muniti di titolo esecutivo). L’istanza può essere inoltre formulata anche verbalmente all’udienza.

Il parere del debitore (quando non sia ritenuto desumibile dalla richiesta del creditore) ed il consenso di tutte le parti può essere acquisito anche tramite il deposito di atti scritti (di “adesione” alla istanza presentata per prima: si parla in questa ipotesi di “fattispecie a formazione progressiva”).

Il Giudice dell’esecuzione provvede nei dieci giorni successivi al deposito (termine di natura ordinatoria, che si assume rispettato anche con la sola fissazione dell’udienza); la sospensione può essere accordata, come detto, al massimo per ventiquattro mesi e “per una sola volta”.

Nelle esecuzioni immobiliari l’istanza di sospensione può essere proposta anche dopo che sia autorizzata la vendita (art. 569 c.p.c.), purché non oltre il termine di venti giorni prima della scadenza del termine per il deposito delle offerte d’acquisto, per la vendita senza incanto (mentre per la residuale vendita con incanto l’istanza può essere presentata fino a quindici giorni prima dell’incanto).

Si richiede in questo caso una particolare pubblicità dell’ordinanza che dispone la sospensione.

La disposizione in questione deve essere letta in combinato disposto con l’art. 161-bis disp. att. c.p.c., il quale prevede che i creditori (deve ritenersi: titolati) e gli offerenti possano, d’accordo tra loro, chiedere il rinvio della vendita.

La norma – secondo l’interpretazione che appare preferibile – va intesa nel senso che il rinvio ex art. 161-bis disp. att. c.p.c. interrompe la fase della vendita, ma non comporta una “regressione” dell’intera procedura, diversamente da quanto accade nel caso della sospensione ex art. 624-bis c.p.c..

Dalla lettura combinata dell’art. 624-bis, comma 1, c.p.c. (nella parte relativa alla sospensione delle procedure immobiliari per le quali sia già stata autorizzata la vendita) e dell’art. 161-bis disp. att. c.p.c. si evince che, se è trascorso il termine previsto dalla prima disposizione, l’istanza “tardiva” deve incontrare anche il “consenso” degli offerenti, posto che, quando è imminente la vendita, la legge prende in considerazione e tutela l’interesse specifico dell’offerente a che le operazioni di vendita procedano oltre.

In mancanza di offerenti il Giudice dell’esecuzione (o il professionista delegato) può disporre il rinvio ex art. 161-bis disp. att. c.p.c. e nelle more sarà cura del creditore formulare una “rituale” istanza di sospensione; se vi sono offerenti andrà acquisito il loro consenso.

Nell’esecuzione presso terzi l’istanza di sospensione può essere presentata finché non sia stata effettuata la dichiarazione del terzo o, secondo l’interpretazione più convincente, anche quando la stessa sia stata presentata mediante invio di lettera raccomandata, ma non sia stata celebrata l’udienza di comparizione.

Nell’esecuzione mobiliare la sospensione non può essere disposta quando sia stata fissata la data per l’asporto dei beni ovvero quando manchino solo dieci giorni alla data fissata per procedere alla vendita in loco.

Normalmente è il creditore a quantificare il periodo di sospensione, a seconda delle caratteristiche del piano di rientro concordato con il debitore.

La norma non esclude che il Giudice dell’esecuzione possa concedere la sospensione per un periodo inferiore a quello richiesto: tuttavia si tratta evidentemente di un’ipotesi di difficile verificazione pratica.

La decisione in ordine alla sospensione è presa quindi dal Giudice dell’esecuzione nell’esercizio del suo potere discrezionale sia in ordine all’an che alla durata della procedura; in altre parole, spetta al giudice valutare se sussistono tutte le circostanze che giustificano la temporanea stasi del processo esecutivo (si ritiene, peraltro, che il giudice debba motivare l’eventuale rigetto dell’istanza o il suo accoglimento per un tempo inferiore a quello richiesto).

L’ordinanza di sospensione “concordata” può essere revocata “in qualsiasi momento”, anche su richiesta di un solo creditore (sempre da intendersi come titolato, analogamente a quanto richiesto ai fini della presentazione dell’istanza) e “sentito comunque il debitore”.

La disposizione dunque prevede:

- una deroga alle regole generali in materia di revoca delle ordinanze emesse su accordo delle parti (art. 177, comma 3, c.p.c., operante nel processo esecutivo in virtù del richiamo all’art. 487, comma 2, c.p.c.);

- una deroga rispetto alla regola secondo cui l’istanza di sospensione deve provenire da tutti i creditori muniti di titolo e “sentito il debitore”; il ché significa che anche l’iniziativa di un singolo creditore può importare la revoca dell’ordinanza emessa illo tempore con il consenso dell’intero ceto creditorio.

Si discute se la revoca sia una atto dovuto da parte del Giudice dell’esecuzione: secondo una prima impostazione, si tratta di atto dovuto, poiché il Giudice dovrebbe limitarsi a prendere atto della circostanza che non vi è più il consenso di tutti i creditori rispetto alla sospensione; per altra dottrina, il tenore letterale della norma (che parla di “revocabilità”) conduce in direzione opposta.

Secondo l’opinione dominante, sarebbe precluso al Giudice dell’esecuzione, in assenza di un’istanza di parte, procedere ex officio alla revoca della ordinanza ex art. 624-bis c.p.c., ai sensi dell’art. 487 c.p.c.: deve ritenersi prevalente in questa ipotesi la disposizione (richiamata dallo stesso art. 487 c.p.c., che va letto nel suo complesso) dell’art. 177, comma 3, c.p.c..

La riassunzione del processo esecutivo sospeso ex art. 624-bis c.p.c. avviene secondo regole diverse da quelle dettate in linea generale dall’art. 627 c.p.c..

L’art. 624-bis, comma 2, c.p.c. prevede infatti che, almeno dieci giorni prima della scadenza del termine previsto nella ordinanza di concessione della sospensione, la “parte interessata” può presentare istanza di fissazione dell’udienza in cui il processo deve proseguire.

La legittimazione a riassumere il processo sospeso ex art. 624-bis c.p.c. presuppone la titolarità del diritto di compiere atti di impulso del procedimento.

Deve ritenersi che il termine indicato dalla disposizione abbia natura perentoria: ed infatti i termini sono perentori non solo quando sono espressamente definiti tali dalla legge, ma anche quando la legge riconnette allo spirare del termine la decadenza dal potere di compiere un atto (cfr., nella giurisprudenza di legittimità, Cass. 08/02/2006, n. 2787; Cass. 05/03/2004, n. 4530, nonché Cass. SS.UU. 12/01/2010, n. 262, in motivazione).

Aderisce a tale impostazione anche la giurisprudenza di merito (Trib. Verona 27/05/2011), che argomenta dall’utilizzo dell’espressione “deve” e non già “può” proseguire, oltre alla dottrina.

In tema di decorso del termine concesso per la sospensione, la Suprema Corte ha di recente affermato che nell’ipotesi di sospensione dell’esecuzione su accordo delle parti ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c., la parte interessata alla riassunzione del processo è tenuta soltanto al deposito, nel termine perentorio di dieci giorni dalla cessazione del periodo di sospensione, della relativa istanza, mentre il decreto di fissazione dell’udienza deve essere comunicato a cura della cancelleria (in tal senso cfr. Cass. 09/03/2017, n. 6015).

Nel caso in cui, scaduto il termine di sospensione, nessun creditore faccia istanza di fissazione dell’udienza, il processo esecutivo si estingue, ai sensi dell’art. 630 c.p.c..

E’ controverso, sia in dottrina che in giurisprudenza, quale sia il rimedio esperibile avverso l’ordinanza che sospende il processo esecutivo ex art. 624-bis c.p.c..

Trattandosi di provvedimento non avente natura cautelare (ma di atto esecutivo, sia pure peculiare), l’indirizzo maggioritario afferma l’esperibilità dell’opposizione agli atti esecutivi.

Secondo un’altra opinione, invece, dovrebbe ammettersi la reclamabilità ex art. 669-terdecies c.p.c., in applicazione analogica della previsione di cui all’art. 624, comma 2, c.p.c..

Anche in giurisprudenza si registrano oscillazioni sull’argomento (a favore della tesi che afferma l’esperibilità dell’opposizione agli atti esecutivi cfr. Trib. Roma 28/05/2007; a favore della tesi secondo cui sarebbe utilizzabile il rimedio cautelare cfr. Trib. Reggio Emilia 27/04/2010).

La tesi dell’esperibilità del reclamo non appare convincente: sia perché l’art. 624, comma 2, c.p.c. non ricomprende nel suo ambito applicativo i provvedimenti di sospensione ex art. 624-bis c.p.c., sia perché tale provvedimento non ha natura cautelare, onde non si può, neppure per altra via, affermare la sua impugnabilità ex art. 669-terdecies c.p.c..

Nell’ipotesi di intervenuto fallimento del debitore, ai sensi dell’art. 41, d. lgs. n. 385/1993 (T.U.B.), la procedura esecutiva può essere iniziata o proseguita dal creditore fondiario che non ha, tuttavia, il potere di ottenere la sospensione del processo ai sensi dell’art. 624-bis c.p.c.; infatti, la menzionata norma speciale costituisce un privilegio processuale (in deroga all’art. 51 l.f.), ma non attribuisce al creditore fondiario la facoltà di far arrestare la liquidazione di un cespite ricompreso nell’attivo del fallimento, pregiudicando l’interesse dei creditori concorsuali alla celere definizione della procedura fallimentare (così Trib. Reggio Emilia 11/04/2012, est. G. Fanticini).

Qualora sia proposta istanza di sospensione del procedimento esecutivo ai sensi dell’articolo 624-bis c.p.c. e sussistano, nel contempo, i presupposti di cui all’articolo 164-bis disp. att. c.p.c. a causa della impossibilità di conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, si è affermato che il giudice dell’esecuzione non potrà accogliere l’istanza di sospensione dei creditori qualora la stessa sia motivata dall’opportunità di attendere che in futuro, superata la crisi del settore immobiliare, potrebbe essere ricavato un risultato economico maggiormente vantaggioso: invero, la ratio sottesa all’introduzione della disposizione di cui all’articolo 624-bis c.p.c. (che prevede la previa audizione del debitore) inerisce al fatto che dalla sospensione non deriverebbe tout court alcun vantaggio per il debitore, alla circostanza che la sospensione è sempre revocabile ed alla constatazione che, se si procedesse alla vendita ad un prezzo ulteriormente ribassato – molto distante dalla originaria valutazione peritale – si estinguerebbe solo una minima parte del debito gravante sull’esecutato, privandolo al contempo dell’abitazione, in assenza, dunque, di reale beneficio, mentre l’art. 164-bis disp. att. c.p.c. nulla dice in relazione alla necessità di audizione del debitore, prima di procedere alla dichiarazione di estinzione anticipata, così prescindendo dalla posizione del debitore e finendo per delimitare il diritto alla prosecuzione del procedimento ad aeternum del creditore con le esigenze pubblicistiche di contenimento del processo esecutivo nell’alveo della ragionevole durata (in tal senso cfr. Trib. Rovigo 14/07/2016, est. M. Martinelli).

 

  1. Sospensione ex art. 624-bis c.p.c. e giudizio di divisione endoesecutivo: le due tesi contrapposte.

Il provvedimento in commento verte sulla questione – che si ripropone con una certa frequenza nella prassi – dell’applicabilità del regime della sospensione “concordata” di cui all’art. 624-bis c.p.c. alle vendite disposte in sede di giudizio di divisione endoesecutivo.

E’ noto, infatti, che l’espropriazione forzata di un bene indiviso conduce, sovente, alla vendita dell’intero nell’ambito della divisione endoesecutiva. Ci si chiede per questo se istituti tipici del procedimento di vendita forzata (come, ad esempio, la delega ex art. 591-bis c.p.c., l’impugnazione degli atti del professionista delegato ex art. 617 c.p.c., il divieto di partecipare alla vendita ex art. 571 c.p.c., la custodia, l’ordine di liberazione dell’immobile staggito, la chiusura anticipata per infruttuosità ex art. 164-bis disp. att. c.p.c., la cancellazione delle formalità pregiudizievoli ex art. 586 c.p.c., e – appunto – la sospensione ex art. 624-bis c.p.c.) siano compatibili con la vendita disposta nel giudizio incidentale di divisione, anche alla luce della più recente giurisprudenza di legittimità, che sembra avere accentuato il carattere esecutivo della vendita divisionale.

Disposta la vendita dell’intero nella divisione endoesecutiva, in conseguenza della non comoda divisibilità del compendio pignorato, capita sovente che l’attore nel giudizio di divisione endoesecutiva (creditore nella procedura esecutiva) presenti istanza di sospensione ex art. 624-bis c.p.c., avendo il debitore esecutato (convenuto nella divisione ex artt. 600 e 601 c.p.c.) proposto un piano di rientro per il soddisfacimento di tutti i creditori.

Secondo un primo orientamento – seguito dal Tribunale di Oristano – vi sarebbero numerosi ostacoli, di carattere sia formale che sistematico, all’applicazione della sospensione “concordata” ex art. 624-bis c.p.c. al giudizio di divisione endoesecutivo.

In primo luogo, vi è l’ostacolo logico-giuridico rappresentato dalla circostanza che la sospensione del processo esecutivo è di per sé già operativa per espressa disposizione di legge (art. 601, comma 1, c.p.c.).

Ancora, vi è il richiamo operato dall’art. 788 c.p.c. – che disciplina la vendita nelle operazioni divisionali – alle sole disposizioni della fase di vendita (senza incanto) del processo esecutivo, senza alcun richiamo generalizzato alla disciplina del processo esecutivo.

L’argomento ostativo più forte è tuttavia rappresentato da una considerazione di ordine sistematico, che fa leva sulla natura “spuria”, per così dire, della divisione endoesecutiva.

Al riguardo si argomenta a partire dalla ricostruzione della natura del giudizio di divisione endoesecutivo effettuata dalla giurisprudenza di legittimità, laddove ha affermato che “In tema di espropriazione di beni indivisi, il giudizio con cui si procede alla divisione (cd. divisione endoesecutiva), pur costituendo una parentesi di cognizione nell'ambito del procedimento esecutivo, dal quale rimane soggettivamente ed oggettivamente distinto, tanto da non poterne essere considerato né una continuazione né una fase, è, tuttavia, ad esso funzionalmente correlato. Ne consegue che il giudizio di divisione dei beni pignorati non può essere iniziato e, se iniziato, non può proseguire ove venga meno in capo all'attore la qualità di creditore e, con essa, la legittimazione e l'interesse ad agire, a meno che a tale deficienza - originaria o sopravvenuta - non si rimedi con una valida domanda di scioglimento della comunione formulata dal debitore convenuto, da altro creditore munito di titolo esecutivo, o, ancora, da alcuno dei litisconsorti necessari indicati nell’art. 1113, terzo comma, cod. civ.” (Cass. 18/04/2012, n. 6072).

In sostanza, la natura di autonomo giudizio di cognizione della divisione endoesecutiva, pur funzionalmente collegato alla procedura esecutiva, dalla quale rimane comunque distinto soggettivamente e oggettivamente, ed in particolare la presenza, nel giudizio divisionale, di soggetti differenti rispetto a quelli che devono essere sentiti ai fini della sospensione ex art. 624-bis c.p.c. (mentre, infatti, ai fini della sospensione ex art. 624-bis c.p.c. devono essere sentiti anche i debitori, nel giudizio di divisione sono presenti anche i comproprietari non esecutati) impedirebbe una completa assimilazione della divisione endoesecutiva al processo esecutivo, con la conseguenza che le esigenze del debitore esecutato e dei creditori di evitare la vendita del cespite in presenza di un piano di rientro potrebbero essere soddisfatte esclusivamente con uno strumento proprio del processo di cognizione, vale a dire con la sospensione ex art. 296 c.p.c. concordata tra tutte le parti costituite (c.d. sospensione volontaria, la cui durata non può superare i tre mesi), la cui ratio è stata individuata nell’esigenza di offrire alle parti uno strumento allo scopo di regolare il processo in modo tale da rendere possibile una pausa dello stesso.

La soluzione andrebbe quindi sempre ricercata all’interno delle regole che governano il giudizio ordinario di cognizione, per cui saranno le parti o a ricorrere allo strumento di cui all’art. 296 c.p.c., oppure, sempre nel rispetto delle cautele temporali e processuali di cui all’art. 187-bis disp. att. c.p.c. e del principio di ragionevole durata del processo, a configurare un differimento che sarà valutato dal giudice, o, addirittura, a pervenire ad una estinzione e/o cancellazione per doppia non comparizione senza successiva riassunzione ex art. 309 c.p.c. – a seconda della data di introduzione del giudizio di divisione –  o ad una estinzione per rinuncia, con successiva riassunzione del giudizio esecutivo per la declaratoria di estinzione di quest’ultimo.

Ad una soluzione differente potrebbe invece pervenirsi in conseguenza dell’identica finalità perseguita dal procedimento di vendita di beni immobili nel giudizio divisorio e nel processo esecutivo, ben evidenziata dalla giurisprudenza di legittimità. Nell’interpretazione della Cassazione, difatti, il giudizio con cui si procede alla divisione endoesecutiva rappresenta una parentesi di cognizione nel procedimento esecutivo, dal quale rimane soggettivamente ed oggettivamente distinto; per questa ragione, secondo la Corte, esso, pur non costituendo una continuazione né una fase dell’esecuzione, è funzionalmente correlato a quest’ultima.

In entrambe le fattispecie, occorre convertire in controvalore monetario il bene oggetto di comunione, sicché l’esplicito rinvio alle norme sull’espropriazione forzata contenuto nelle disposizioni che regolano il giudizio di scioglimento della comunione è “la manifestazione di un richiamo (…) sistematico” (Cass. SS.UU. 29/07/2013, n. 18185).

Il giudizio di divisione disposto dal Giudice dell’esecuzione all’esito dell’udienza di comparizione degli interessati di cui all’art. 600 c.p.c. integra una parentesi di cognizione nell’ambito del procedimento esecutivo.

Si tratta, in buona sostanza, di un giudizio di cognizione ordinario, strumentalmente collegato al giudizio

di esecuzione che ne occasiona l’insorgere, che conserva una propria autonomia quanto alle norme che lo disciplinano.

Se tale assunto è indiscutibilmente corretto, va nondimeno evidenziato che lo scopo della divisione endoesecutiva è rappresentato dalla necessità di individuare l’oggetto dell’espropriazione forzata al fine di assicurare il migliore soddisfacimento delle pretese creditorie in sede esecutiva.

Dalla natura “ibrida” del giudizio di divisione endoesecutivo discende che le irregolarità degli atti relativi alla vendita disposta nel giudizio di divisione previsto dall’art. 601 c.p.c. vanno denunciate (stante il richiamo operato dagli artt. 787 e 788 c.p.c. rispettivamente agli artt. 534 ss. e 576 dello stesso codice) con l’opposizione agli atti esecutivi ex artt. 617 e 618 del codice di rito, mentre qualora durante le operazioni di vendita insorgano difficoltà e le operazioni siano state delegate a un professionista, il rimedio esperibile è individuabile nel reclamo al giudice istruttore ai sensi dell’art. 591-ter c.p.c. e la decisione è assunta con ordinanza a sua volta reclamabile ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c. (così Cass. SS.UU. 29/07/2013, n. 18185, cit.).

Il principio anzidetto, sancito dalle Sezioni Unite, sembra contraddetto da una pronuncia più recente, che nel dichiarare l’inammissibilità del ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza di inammissibilità (del reclamo proposto avverso un atto compiuto dal notaio delegato nell’ambito dello scioglimento di una comunione ereditaria), ha nondimeno affermato che in tema di divisione è inammissibile il reclamo ex art. 591- ter c.p.c. avverso gli atti del notaio delegato alle operazioni di scioglimento della comunione. Ciò in quanto, “ai sensi dell'art. 790 c.p.c., tutte le contestazioni sono sottoposte al giudice istruttore (mediante trasmissione del relativo verbale) e decise con ordinanza, avverso la quale è esperibile opposizione agli atti esecutivi” (Cass. 18/10/2016, n. 27346).

A ben vedere, il contrasto è soltanto apparente: l’art. 790 c.p.c. disciplina la specifica ipotesi di delega ad un notaio delle operazioni divisionali, in applicazione dell’art. 788, comma 2, c.p.c., dettato in materia di scioglimento della comunione. In questo caso, la proposizione di “contestazioni” sulle operazioni di divisione rende applicabile l’art. 790 c.p.c. Diversamente, in caso di contestazioni insorte nell’ambito delle operazioni di vendita delegate ad un professionista ai sensi dell’art. 591-bis c.p.c., trovano applicazione i rimedi esecutivi.

La progressiva assimilazione della vendita disposta in sede di divisione endoesecutiva alla vendita forzata – stante la funzionalizzazione del giudizio divisorio all’espropriazione forzata – ha portato di recente alcuni autori ad ammettere l’applicazione alla vendita in sede di divisione delle delega (ormai pressoché obbligatoria) ad un professionista ai sensi del novellato art. 591-bis c.p.c. (modificato dall’art. 13, comma 1, lett. c, n. 1, d.l. 27.06.2015, n. 83 convertito, con modificazioni, nella legge 06.08.2015, n. 132), della custodia e dell’ordine di liberazione dell’immobile pignorato pro quota.

Da ultimo si è affermato in particolare che, in considerazione del rapporto di strumentalità esistente tra la divisione endoesecutiva e l’esecuzione forzata, non si ravvisano motivi per escludere che l’art. 164-bis disp. att. c.p.c. trovi applicazione anche in sede di divisione incidentale.

E così, nell’ipotesi in cui, all’esito della vendita disposta nel giudizio divisionale, il bene sia rimasto invenduto e il prezzo base non garantisca un ragionevole soddisfacimento delle pretese creditorie (dovendosi ravvisare la “ragionevolezza” nella non irrisorietà), il giudice istruttore potrebbe definire il giudizio con una sentenza in rito, dichiarativa del sopravvenuto venire meno dell’interesse delle parti alla divisione.

Tuttavia, resterebbe evidentemente esclusa la chiusura “per infruttuosità” del giudizio di divisione incidentale laddove uno dei condividenti, nell’esercizio di un proprio diritto potestativo (art. 1116 c.c., che richiama l’art. 713 c.c.), abbia proposto un’autonoma domanda di scioglimento della comunione, giacché in tale ipotesi lo scopo del giudizio di divisione non è più individuabile in funzione dell’esecuzione dalla quale ha avuto origine.

Traslando tale soluzione sul problema dell’applicabilità della sospensione ex art. 624-bis c.p.c. alla divisione incidentale, potrebbe sostenersi che la sospensione “concordata” (che ha una durata massima di ventiquattro mesi, mentre la sospensione volontaria ex art. 296 c.p.c. può comportare la sospensione del processo per un tempo massimo di soli tre mesi) sia applicabile alla vendita disposta in sede di divisione endoesecutiva, ad eccezione dei casi in cui uno dei condividenti abbia proposto autonoma domanda di scioglimento della comunione, fattispecie nella quale si ha una “riaffermazione” dell’indipendenza del giudizio incidentale di divisione da quello esecutivo.

 

  1. Riferimenti giurisprudenziali e bibliografici.

Quanto alla giurisprudenza si rinvia a quella richiamata nel testo.

Quanto alla dottrina si segnalano i lavori di:

  1. Zanzucchi, Diritto processuale civile, III, 1946, 346;
  2. Menchini, Sospensione del processo civile, in Enc. Dir., XLIII, 1990, 54;
  3. Campese, L’espropriazione forzata immobiliare dopo la legge 14.5.2005, n. 80, 2005, 503;
  4. Iannicelli, Novità in materia di sospensione, in La riforma del processo civile, delle procedure esecutive e dei procedimenti speciali, in Atti del convegno organizzato da Sinergia Formazione, Milano 10-11 novembre 2005, 19;
  5. Barreca, La riforma della sospensione del processo esecutivo e delle opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi, in Riv. esec. forz., 2006, 653 ss.;
  6. Carpi, Sospensione dell’esecuzione, in Enc. Giur., Agg., 2006, 12;
  7. Petrillo, sub art. 624-bis c.p.c., Commentario alle riforme del processo civile, II, a cura di Briguglio, Capponi, 2007, 676, 679;
  8. Cardino, Comunione di beni ed espropriazione forzata, 2011, passim;
  9. Carbone, Scioglimento della comunione ereditaria e opposizione agli atti esecutivi, in Corr. giur., 2013, 1311 ss.;
  10. Recchioni, sub art. 624-bis c.p.c., in Codice di procedura civile commentato, a cura di Consolo, 2013, 2789;
  11. Vigorito, La sospensione e l’estinzione del processo esecutivo, in Processo di esecuzione, Profili sostanziali e strategici alla luce delle riforme e delle risposte giurisprudenziali, 2015, 1042;
  12. Lodolini, La chiusura anticipata della procedura per infruttuosità e l’estinzione per mancato espletamento della pubblicità sul portale delle vendite pubbliche, Riv. esec. forz., 2016, 232 ss.;
  13. Lombardi, L’espropriazione dei beni indivisi e le riforme dell’ultimo decennio, in Riv. dir. proc., 2016, 317 ss.;
  14. Mastrogiovanni, La sospensione del processo esecutivo, in Codice commentato delle esecuzioni civili, a cura di Arieta, De Santis, Didone, 2016, 1699;
  15. Castoro, Il processo d’esecuzione nel suo aspetto pratico, 2017, 1072;
  16. Soldi, Manuale dell’esecuzione forzata, 2017, 1522;
  17. Lombardi, Giudizio di scioglimento delle comunioni ed esecuzione forzata, in Riv. dir. proc., 2018, 404 ss.;
  18. Passafiume, La vendita di beni immobili nell’espropriazione forzata e nel giudizio di divisione endoesecutivo: profili comuni e tratti distintivi, in Riv. esec. forz., 2018, 125 ss..
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