Nella liquidazione controllata il debitore e la sua famiglia hanno diritto a abita-re l’immobile che costituisce la casa principale sino al momento della vendita

Massima a cura di:
Attilio Burti
Giudice del Tribunale di Verona

Il potere del Tribunale, con la sentenza con cui dichiara aperta la liquidazione controllata, di ordinare, ai sensi dell’art. 270, comma 2, lett. e), c.c.i., la consegna ed il rilascio dei beni facenti parte del patrimonio di liquidazione salvo che non ritenga, ma solo in presenza di gravi e specifiche ragioni, di autorizzare il debitore o il terzo ad utilizzare taluno di essi, non vale per l’immobile che costituisce l’abitazione principale del debitore e della sua famiglia. Questo bene, infatti, in forza del rinvio dell’art. 275, comma 2, c.c.i. alle disposizioni sulle vendite nella liquidazione giudiziale e, dunque, anche all’art. 147, comma 2, c.c.i. non può ipso iure, essere distratto dall’uso cui è destinato fino al momento della sua liquidazione e, quindi, sfugge al perimetro applicativo dell’art. 270, comma 2, lett. e) c.c.i. venendo assoggettato alla regola generale di cui all’art. 560, ultimo comma, c.p.c. valevole sia per le procedure esecutive individuali che per le procedure concorsuali (nella fattispecie in esame il Tribunale estense ha revocato il provvedimento del giudice delegato della liquidazione controllata che aveva rigettato l’istanza del debitore che, successivamente all’apertura della liquidazione controllata, avevo chiesto di essere autorizzato ad abitare nell’immobile che costituisce la sua abitazione familiare, affermando che, in forza della diretta applicabilità della regola di cui all’art. 147, comma 2, c.c.i., il giudice delegato avrebbe dovuto dichiarare il non luogo a procedere sull’istanza).

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